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Chiesa Cattolica, Italia, Salute, Storia

La “fede” di Oriana Fallaci: dalla venerazione per Ratzinger alle toccanti lettere prima della morte a Monsignor Rino Fisichella

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Oriana Fallaci, viveva il dramma dell’assenza di spiritualità, di quella fede mortificata e soffocata da un pensiero che ora mostrava in ogni ove la sua sconfitta. L’Europa del genio delle cattedrali gotiche s’era ridotta semplicemente a vivere, mangiare e copulare come una gran bella bestia, vinta completamente dal peggior materialismo nichilista.

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Per l’atea Oriana Fallaci il discorso con Dio e le Chiese era sempre stato complicato. Ne “La forza della Ragione” scriveva: Dal giorno in cui mi accorsi di non credere, (cosa che avvenne assai presto cioè quando da ragazzina cominciai a logorarmi sull’atroce dilemma ma-Dio-c’è-o-non-c’è), penso che Dio sia stato creato dagli uomini e non viceversa. Penso che gli uomini lo abbiano inventato per solitudine, impotenza, disperazione. Cioè per dare una risposta al mistero dell’esistenza, per attenuare le irresolubili domande che la vita ci butta in faccia. (…) Infatti invidio chi crede. A volte ne sono addirittura gelosa. Mai, però, fino a maturare il sospetto quindi la speranza che quel Dio esista. Che con tutti quei miliardi di mondi abbia il tempo e il modo per rintracciare me, occuparsí di me. Ergo, me la cavo da sola. Quasi ciò non bastasse, sopporto male le chiese, le loro liturgie, la loro presunta autorità spirituale, il loro potere. E coi preti vado poco d’accordo. Perfino quando si tratta di persone intelligenti o innocenti non riesco a dimenticare che stanno al servizio di quel potere, e v’è sempre il momento in cui il mio innato antidericalismo ríaffiora. Un momento in cui sorrido al fantasma del mio nonno materno che era un anarchico ottocentesco e cantava: «Con le budella dei preti impiccheremo i re».

Tuttavia, ripeto, sono cristiana. Lo sono anche se rifiuto vari precetti del cristianesimo. Ad esempio la faccenda del porgere l’altra guancia, del perdonare. (Errore che incoraggia la cattiveria e che non commetto mai). E lo sono perché il discorso che sta alla base del cristianesimo mi piace. Mi convince”. 

 

Poi Oriana si lanciava alla scoperta di Gesù, che definiva il più grande rivoluzionario di tutta la storia, ideatore di quei “principii che stanno alla base della nostra civiltà”. E da qui spiegava come fosse grande e perfetta l’idea del Dio del Cristianesimo, così diversa dal “Zeus che incenerisce con i suoi fulmini, Geova che ricatta con le sue minacce e le sue vendette, Allah che soggioga con le sue crudeltà e le sue insensatezze. (…) L’idea del Dio che diventa Uomo ossia l’idea dell’Uomo Dio, Dio di sè stesso. Un Dio con due braccia e che diventa due gambe, un Dio di carne che va in giro a fare o tentar di fare la Rivoluzione dell’Anima. Che parlando d’un Creatore assiso in Cielo (sennò chi ascolterebbe, chi capirebbe?) si presenta come suo figlio e spiega che tutti gli uomini sono suoi fratelli, quindi a loro volta figli di quel Dio e in ed grado di esercitare la loro essenza divina. Esercitarla predicando il Bene che è frutto della Ragione, della Libertà, distribuendo l’Amore che prima d’essere un sentimento è un ragionamento”.

 

Poi Oriana si lanciava nel discorso su quell’Italia, che la scrittrice s’arrabbiava pure a definirla “cristiana”. Esigeva, anzi pretendeva, che l’Italia fosse chiamata “cattolica”. Ne “La rabbia e l’orgolio” scriveva:

 

“L’Italia è un paese molto vecchio. La sua storia dura da almeno tremila anni. La sua identità culturale è quindi molto precisa e bando alle chiacchiere: non prescinde da una religione che si chiama religione cristiana e da una chiesa che si chiama Chiesa Cattolica. Le persone come me, gli atei intendo, hanno un bel dire: io–con–la–chiesa–cattolica

–non–c’entro. C’entro, ahimé c’entro. Che mi piaccia o no, c’entro. E come farei a non entrarci? Sono nata in un paesaggio di chiese, conventi, Cristi, Madonne, Santi. La prima musica che ho udito venendo al mondo è stata la musica della campane. Le campane di Santa Maria del Fiore che all’Epoca della Tenda la vociaccia sguaiata del muezzin soffocava. È in quella musica, in quel paesaggio, che sono cresciuta. È attraverso quella musica e quel paesaggio che ho imparato cos’è l’architettura, cos’è la scultura, cos’è la pittura, cos’è l’arte. È attraverso quella Chiesa (poi rifiutata) che ho incominciato a chiedermi cos’è il Bene, cos’è il Male, e perdio…

Ecco: vedi? Ho scritto un’altra volta “perdio”. Con tutto il mio laicismo, tutto il mio ateismo, son così intrisa di cultura cattolica che essa fa addirittura parte del mio modo d’esprimermi. Oddio, mioddio, graziaddio, perdio, Gesù mio, Dio mio, Madonna mia, Cristo qui, Cristo là. Mi vengon così spontanee, queste parole, che non m’accorgo nemmeno di pronunciarle o di scriverle. E vuoi che te la dica tutta? Sebbene al cattolicesimo non abbia mai perdonato le infamie che m’ha imposto per secoli incominciando dall’Inquisizione che m’ha pure bruciato la nonna, povera nonna, sebbene coi preti io non ci vada proprio d’accordo e delle loro preghiere non sappia proprio che farne, la musica delle campane mi piace tanto. Mi accarezza il cuore. Mi piacciono pure quei Cristi e quelle Madonne e quei Santi dipinti o scolpiti. Infatti ho la mania delle icone. Mi piacciono pure i monasteri e i conventi. Mi danno un senso di pace, a volte invidio chi ci sta. E poi ammettiamolo: le nostre cattedrali son più belle delle moschee e delle sinagoghe. Si o no? Sono più belle anche delle chiese protestanti. Guarda, il cimitero della mia famiglia è un cimitero protestante. Accoglie i morti di tutte le religioni ma è protestante. E una mia bisnonna era valdese. Una mia prozia, evangelica. La bisnonna valdese non l’ho conosciuta. La prozia evangelica, invece, sì. Quand’ero bambina mi portava sempre alle funzioni della sua chiesa in via de’ Benci a Firenze, e…Dio, quanto m’annoiavo! Mi sentivo talmente sola con quei fedeli che cantavano i salmi e basta, quel prete che non era un prete e leggeva la Bibbia e basta, quella chiesa che non mi sembrava una chiesa e che a parte un piccolo pulpito aveva un gran crocifisso e basta. Niente angeli, niente Madonne, niente incenso…Mi mancava perfino il puzzo dell’incenso, e avrei voluto trovarmi nella vicina basilica di Santa Croce dove queste cose c’erano. Le cose cui ero abituata. E aggiungo: nella mia casa di campagna, in Toscana, v’è una minuscola cappella. Sta sempre chiusa. Dacché la mamma è morta non ci va nessuno. Però a volte ci vado, a spolverare, a controllare che i topi non ci abbiano fatto il nido, e nonostante la mia educazione laica mi ci trovo a mio agio. Nonostante il mio mangiapretismo, mi ci muovo con disinvoltura. E sul rapporto col cattolicesimo credo che la stragrande maggioranza degli italiani ti confesserebbe la medesima cosa. (A me la confessò Berlinguer)”.

 

Questo, per ridurre il complesso discorso a poche parole, il rapporto tra la Fallaci e Dio. Ma col tempo, specie durante la vecchiaia, il rapporto s’era fatto più forte, intenso, diciamo pure inquieto. Quando, il 29 novembre 2005, fu premiata a New York con l’ Annie Taylor Award, che si conferisce a “individui che hanno mostrato e mostrano eccezionale coraggio in circostanze pesantemente avverse e di fronte a grave pericolo”, così la scrittrice parlava del suo rapporto con Benedetto XVI:

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“Lo scorso agosto venni ricevuta in udienza privata da Ratzinger, insomma da Papa Benedetto XVI. Un Papa che ama il mio lavoro da quando lesse “Lettera a un bambino mai nato”  e che io rispetto profondamente da quando leggo i suoi intelligentissimi libri. Un Papa, inoltre, col quale mi trovo d’accordo in parecchi casi. Per esempio, quando scrive che l’Occidente ha maturato una sorta di odio contro sé stesso. Che non ama più sé stesso, che ha perso la sua spiritualità e rischia di perdere anche la sua identità. (Esattamente ciò che scrivo io quando scrivo che l’Occidente è malato di un cancro morale e intellettuale. Non a caso ripeto spesso: «Se un Papa e un’atea dicono la stessa cosa, in quella cosa dev’esserci qualcosa di tremendamente vero»).

Nuova parentesi. Sono un’atea, sì. Un’atea-cristiana, come sempre chiarisco, ma un’atea. E Papa Ratzinger lo sa molto bene. Ne “La Forza della Ragione” uso un intero capitolo per spiegare l’apparente paradosso di tale autodefinizione. Ma sapete che cosa dice lui agli atei come me? Dice: «Ok. (L’ok è mio, ovvio). Allora Veluti si Deus daretur. Comportatevi come se Dio esistesse». Parole da cui si deduce che nella comunità religiosa vi sono persone più aperte e più intelligenti che in quella laica alla quale appartengo. Talmente aperte ed acute che non tentano nemmeno, non si sognano nemmeno, di salvarmi l’anima cioè di convertirmi. Uno dei motivi per cui sostengo che, vendendosi al teocratico Islam, il laicismo ha perso il treno. È mancato all’appuntamento più importante offertogli dalla Storia e così facendo ha aperto un vuoto, una voragine che soltanto la spiritualità può riempire. Uno dei motivi, inoltre, per cui nella Chiesa d’oggi vedo un inatteso partner, un imprevisto alleato. In Ratzinger, e in chiunque accetti la mia inquietante indipendenza di pensiero e di comportamento, un compagnon-de-route. Ammenoché anche la Chiesa manchi al suo appuntamento con la Storia. Cosa che tuttavia non prevedo. Perché, forse per reazione alle ideologie materialistiche che hanno caratterizzato lo scorso secolo, il secolo dinanzi a noi mi sembra marcato da una inevitabile nostalgia anzi da un inevitabile bisogno di religiosità. E, come la religione, la religiosità finisce sempre col rivelarsi il veicolo più semplice (se non il più facile) per arrivare alla spiritualità. Chiusa la nuova parentesi. 

 E così ci incontrammo, io e questo gentiluomo intelligente. Senza cerimonie, senza formalità, tutti soli nel suo studio di Castel Gandolfo conversammo e l’incontro non-professionale doveva restare segreto. Nella mia ossessione per la privacy, avevo chiesto che così fosse. Ma la voce si diffuse ugualmente. Come una bomba nucleare piombò sulla stampa italiana, e indovina ciò che un petulante idiota con requisiti accademici scrisse su un noto giornale romano di Sinistra. Scrisse che il Papa può vedere quanto vuole «i miserabili, gli empi, i peccatori, i mentalmente malati» come la Fallaci. Perché «il Papa non è una persona perbene». (A dispetto di ogni dizionario e della stessa Accademia della Crusca, il “perbene” scritto “per bene”). Del resto, e sempre pensando a Tocqueville, alla sua invisibile ma insuperabile barriera dentro-la-quale-si-può-soltanto-tacere-o-unirsi-al-coro, non dimentico mai quello che quattro anni fa accadde qui in America. Voglio dire quando l’articolo La Rabbia e l’Orgoglio” (non ancora libro) apparve in Italia. E il New York Times scatenò la sua Super Political Correctness con una intera pagina nella quale la corrispondente da Roma mi presentava come «a provocateur» una «provocatrice». Una villana colpevole di calunniare l’Islam… Quando l’articolo divenne libro e apparve qui, ancora peggio. Perché il New York Post mi descrisse, sì, come [b] «la Coscienza d’Europa, l’eccezione in un’epoca dove l’onestà e la chiarezza non sono più considerate preziose virtù». [/b]  Nelle loro lettere i lettori mi definirono, sì, il solo intelletto eloquente che l’Europa avesse prodotto dal giorno in cui Winston Churchill pronunciò lo Step by Step cioè il discorso con cui metteva in guardia l’Europa dall’avanzata di Hitler ».

 

Ma la stima che divenne corrispondenza, corrispondenza che divenne intensa e profonda amicizia, fu quella tra Oriana Fallaci e il vescovo monsignor Rino Fisichella, rettore della Pontificia Università Lateranense, che di fronte al pubblico di «Da Donna a Donna», il festival internazionale di letteratura e creatività al femminile che la città di Lodi organizza per valorizzare la scrittura in rosa, per la prima volta ha deciso di raccontare il suo rapporto epistolare e di amicizia con Oriana Fallaci. Quello che è stato di conforto alla scrittrice nei suoi mesi più difficili, quelli in cui «l’Alieno», come lo chiamava lei, non le dava più tregua e tra i suoi desideri restava solo quello di poter incontrare il Santo Padre, quel Joseph Ratzinger che lei apprezzava soprattutto come intellettuale e come teologo.

Un carteggio di cui, ieri, il Giornale ha pubblicato in anteprima ampi e inediti stralci.

Seduto nei Giardini dell’episcopio, Fisichella ha raccontato il suo rapporto con Oriana. Lo ha fatto con l’emozione, quasi il pudore, di chi dopo averci a lungo meditato ha deciso che questo rapporto personale abbia qualcosa da insegnare al prossimo, che questa testimonianza non sia relegabile nell’ambito del privato. Cosi il rettore dell’Università lateranense di fronte a una piccola folla, tra cui c’erano anche alcuni dei suoi vecchi professori, ha iniziato a raccontare.

A partire da quella prima lettera di Oriana del giugno 2005 in cui chiedeva di incontrare «zitta zitta» Sua Santità: «Tutto è nato da un’intervista al Corriere… All’inizio mi dava del “lei”… era una donna profondamente in ricerca, lo è sempre stata. Questa volta era alla ricerca del senso della propria vita. Voleva delle risposte ed essendo intelligente voleva risposte razionali… Io ho provato a farle accettare il mistero della vita. La nostra amicizia è andata avanti così, è stata un tentativo di avvicinarla al mistero. Che è cosa profondamente diversa dall’enigmaticità. Cercavo di avvicinarla al fatto che il “da dove vengo” e “il dove vado” costringono ad accettare altre categorie. Dopo la prima visita a Roma osai mettere una dedica a un mio libro sul Mistero, e glielo regalai. Mesi dopo la sua morte, quando suo nipote Edoardo me lo restituì, mi accorsi che Oriana aveva messo post-it e sottolineature dappertutto… Con tanti punti esclamativi e tanti punti di domanda. Era questo il senso del discorso tra me e lei».

Poi Fisichella racconta dell’incontro con il Papa. «Io penso che tutti quanti comprenderete che quando un sacerdote incontra una persona può dire alcune cose e non altre… Io racconterò solo quello che può servire a fare del bene. Quello che posso dire e che molti dei commenti di allora da parte della stampa furono fuorvianti. Io mi interessai perché Oriana andasse dal Santo Padre. Avvenne alla fine di agosto… Lei si riempì di entusiasmo ma anche di una strana timidezza. Aveva intervistato tutti ma non aveva mai intervistato un papa. E questa poi non era un’intervista, voleva conoscerlo e partecipargli alcuni suoi timori». Ma l’emozione, spiega Fisichella non fu solo da parte di Oriana: «Il Papa fu molto paterno. La visita andò molto oltre i venti minuti canonici… Oriana portò con lei “Lettera a un bambino mai nato” e un libro di Ratzinger sull’Europa tutto sottolineato».

Poi, accompagnata dalla lettura delle lettere, la memoria di Fisichella ricostruisce i momenti salienti di un rapporto umano profondissimo. La rabbia per una lezione saltata al Laterano, i viaggi di Fisichella a New York, il «lei» che diventa «tu», il «Monsignore» che diventa «Rino».

Il momento doloroso della morte della madre di Monsignor Fisichella e la toccantissima lettera che gli inviò Oriana. E su questo punto gli occhi si arrossano. Poi parla della volontà della scrittrice di non «convertirsi», del fatto che però voleva che lui le tenesse la mano nel momento estremo. «Lei secondo me cercava Dio. Se mi chiedete se si è convertita io devo essere sincero… non si è convertita nel senso proprio del termine… però cercava Dio. Mi ha anche regalato la sua icona della Madonna, mi ha imposto di metterla sopra il mio letto. Io penso sempre in questi casi a un’espressione di Ignazio Silone: “Dimmi, credi? No, però spero”. Ecco io ho forte questa dimensione». Poi leggono l’ultima lettera, quella in cui la Fallaci dice a Fisichella: «Mi dispiace molto morire… ma il dispiacere più grosso è averti trovato così tardi… Da un anno sei tu la mia famiglia…».

E lui si commuove di nuovo. Poi dice: «Oriana è stata una grande donna, una grande italiana che ha onorato il nostro Paese. Per me la sua amicizia è stata un grande dono, un dono inaspettato, che mi ha insegnato molto sul potersi avvicinare agli altri”.

Quando lo raggiungiamo alla fine dell’incontro e gli chiediamo che cosa gli sia rimasto nel cuore di Oriana, Fisichella dice: «Su Oriana è stato già detto tutto. Però il suo coraggio mi ha insegnato tanto.

Ha affrontato tutto e nello stesso modo ha affrontato la morte, l’ultimo nemico. Lo ha fatto senza paura ed è questo che credo si debba ricordare. Non aveva paura, cercava risposte… Ed è in questo suo porsi delle domande che io credo sia il senso ultimo della sua vicenda umana. La morte è il limite dell’esistenza, ma anche l’elemento che le ha consentito l’ultima sfida…».

E quando proviamo a tornare sull’argomento su cui la stampa si è accanita di più, l’incontro con il Papa: «Quell’incontro è stato letto in modo fuorviante. Non c’entrava la politica. Niente di tutto questo. Oriana voleva incontrare una persona che sentiva di stimare. Quello che vedeva come un alleato per difendere l’identità culturale europea. Vedeva in Ratzinger l’ultimo baluardo». 

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“Quando la morte si stava avvicinando – rivela – lei si fece più inquieta. ‘Se è davvero come dici tu – mi disse a proposito delle nostre diverse visioni della fede – allora mi devi tenere la mano mentre io muoio’. Divenne per me un obbligo morale. Si può dire di essere atei, come lei diceva, e nonostante questo avere una profonda nostalgia di Dio dentro di sé”. 

“Perché una donna che si professa atea – prosegue Fisichella – non può esserlo veramente se chiede di morire in una stanza da cui si possa vedere la cupola del Brunelleschi di Santa Maria del Fiore a Firenze, se chiede a un sacerdote di tenerle la mano nel momento del trapasso, se esprime il desiderio di far suonare le campane della cattedrale nel giorno del suo funerale. E nel giorno del suo funerale, quando il corpo è stato trasferito al cimitero, le campane della cattedrale hanno suonato per lei e solo per lei”. 

Farina ricorda che lei amava la libertà in maniera viscerale, forse più della verità che compare nello slogan del Meeting. “Amava la vita – aggiunge mons. Fisichella – perché, in punto di morte, soffrendo, alzò gli occhi e gridò: ‘Se Tu esisti davvero, perché non mi fai vivere’. Non chiedeva di non farla soffrire, chiedeva di vivere. Diceva di non credere, ma aveva una grande speranza”.

Proponiamo qui alcune (almeno quelle meno personali) delle numerose decine di lettere che Oriana Fallaci inviava a Rino Fisichella.

«Vorrei incontrare Ratzinger»

di Oriana Fallaci

New York, giugno 2005

Monsignore,

Lei mi ha commosso. Naturalmente sapevo bene chi fosse il Rettore della Lateranense, il vescovo che ragiona al di là degli schemi e senza curarsi dei Politically Correct.

Ma a leggere la Sua intervista al Corriere ho rischiato davvero la lacrimina. Io che non piango mai. E mi sono sentita meno sola come quando leggo uno scrittore che si chiama Joseph Ratzinger…

Il guaio è che sono molto malata. Ormai l’Alieno mi divora perfino gli occhi. Medea e i suoi figli ho dovuto dettarlo come Milton che da cieco dettava, mi si perdoni il paragone, La Storia d’Inghilterra e Il Paradiso Perduto. E questo mi confina a New York… Prigioniera delle chemioterapie e delle radioterapie, non posso allontanarmi.

Ci proverò lo stesso, prima o poi. Tanto più che vorrei parlarLe anche dell’importantissima cosa di cui suppongo sia al corrente… Vale a dire il mio desiderio d’incontrare, zitta zitta e lontano da occhi indiscreti, Sua Santità.

Sa, è un desiderio che mi accompagna da quando incominciai a leggere i suoi libri. E che non cercai di esaudire subito perché lavoravo giorno e notte a La Forza della Ragione.

Poi perché l’Alieno si scatenò e non stavo nemmeno in piedi. Dopo, perché stavo completando la Trilogia con L’intervista a me stessa e L’apocalisse.

Infatti quando venne eletto Papa feci sì capriole di gioia ma nel medesimo tempo pensai: «Oddio. Ora non potrò più vederlo». E con un sospirone avvilito mi rassegnai… La ringrazio di nuovo. Ripetendo che mi piacerebbe conoscere anche Lei, La saluto caramente…

«Lei è una voce preziosa fuori dal coro degli yes men»

di Mons. Rino Fisichella

Dear Oriana,

Accattoli mi aveva annunciato la sua intenzione di scrivermi, ma quando ho aperto la lettera le assicuro che l’emozione è stata grande. L’intervista che ho rilasciato al Corriere era sincera e manifestava solo per sommi capi il mio pensiero e la mia ammirazione nei suoi confronti. Per il coraggio che lei esprime, l’intelligenza che ha accompagnato da sempre i suoi scritti e la vis polemica che mi affascina non poco nei suoi ultimi libri, lei merita molto di più dell’intervista del rettore del Laterano… lei è una voce preziosa, fuori dal coro degli yes men e con un’autorevolezza che fa onore alla sua professionalità…

Non so se posso permettermi, ma le chiedo di lottare contro l’alieno.

Non lo scriva neppure con la maiuscola, non lo merita. Sì è davvero un alieno e lei lo chiama con il giusto nome; non appartiene alla nostra vita, soprattutto quando la ragione sa sconfinare per spazi illimitati e lui obbliga a verificare la debolezza del proprio corpo.

Ogni volta che mi affaccio su piazza san Giovanni vedo dinanzi a me l’obelisco egizio: quasi 4000 anni di storia… non riesco a comprendere fino in fondo perché un pezzo di pietra fatto dall’uomo, possa superare il tempo mentre io devo ripetere le parole del Salmo: «Gli anni della mia vita sono settanta e ottanta per i più forti»! Combatta anche con la debolezza fisica, perché «quando sono debole allora sono forte»; non lo chiedo solo io… Abbiamo bisogno di lei, perché non appaia che l’identità del nostro Paese e la storia dell’Europa sia una cosa da «cattolici» mentre è una questione ben più universale. Si tratta di responsabilità che abbiamo per le nuove generazioni, nonostante sembri che solo a pochi interessa far parte viva di un processo di trasmissione che conserva cultura e crea nuove forme di pensiero coerenti con il nostro passato.

La sua Trilogia era già tra i miei libri… Conserverò il suo cofanetto con gelosia, come il dono di un’amicizia che è giunta improvvisa, inaspettata e per questo ancora più carica di gratuità… gioisco nel sentire che vorrebbe incontrare il Santo Padre…

Le assicuro che oggi stesso mi prodigherò perché sia fattibile un suo incontro… lei potrà toccare con mano l’amabilità e l’acutezza di Ratzinger e lui potrà sperimentare il coraggio di una donna libera e combattiva che crede nella forza della ragione.

«Io i veli in testa non li porto Neanche morta»

di Oriana Fallaci

Era il 16 agosto, mancavano 11 giorni all’appuntamento con Benedetto XVI quando Oriana scriveva:

Per quel sabato o lunedì m’è sorta una domanda angosciosa. Una preoccupazione che non mi aveva mai sfiorato il cervello. Oddio, oddio: non ci vorranno mica abiti da cerimonia?!? Io quelli non li ho. O non più, anche considerando i 38 chili che ormai ci sguazzano dentro. Io ho soltanto spartane giacche da uomo. È lecito imporle a un sovrano? A ciò si aggiunge l’incubo della testa coperta. Io i veli in testa non li porto. Neanche morta. Neanche per coprire i capelli lasciati dalla chemioterapia. Di copricapo acconci non ne posseggo né saprei dove trovarli. Se l’etichetta li impone, come si fa?!? Sembrano scemenze, invece non lo sono. In ventisei anni non mi sono ancora rimessa dal trauma che soffrii a Qom col chador. Quello che poi tolsi facendo infuriare l’ayatollah.

«Per quel momento non si è mai pronti» (Oriana scrive a Rino per la perdita di sua madre)

di Oriana Fallaci

New York, domenica 23 ottobre 2005

Rino,

Marco ha chiamato. Me l’ha detto, e ne sono rimasta molto turbata. Oh, lo so che quel dolore miliardi di esseri umani lo hanno sofferto prima di te. Di noi. Lo so che a miliardi ne soffriranno dopo di te, di noi: che questa è la Legge della vita. Lo so che la tua certezza di rivederla ti aiuta ad accettare una realtà che io non accetto. E infine so che ti ci stavi preparando. (Ne parlammo due telefonate fa, ricordi? Non so perché ti chiesi di lei, e tu rispondesti: «Se l’avessi persa all’improvviso, non avrei resistito. Quindi meglio che se ne vada così, piano piano mi abitua all’idea»). Però so anche che quando il momento arriva, non si è pronti lo stesso.

Io non lo ero, la notte in cui mia madre se ne andò. Nonostante tutta la morte che avevo visto alle guerre, tutti i giovani che mi erano morti accanto al fronte, nonostante Alekos che un anno prima era stato ammazzato mentre correvo ad Atene per cercar di salvarlo, non ero pronta. E sebbene fossi andata a vivere nella casa di campagna per starle vicino, sebbene mi fossi «abituata all’idea», ne soffrii in maniera lancinante. Unico conforto, il fatto che la sera precedente fossi riuscita a procurarle un prete…

… «Prete» aveva farfugliato con occhi imploranti verso mezzanotte. Così ero corsa subito fuori senza neanche infilarmi un cappotto. Era inverno e nevicava. Nel buio avevo raggiunto la chiesa del villaggio e chiamato un certo Don Gori che non voleva venire. «Domani, domani, ora-è-troppo-tardi-e-fa-freddo». A spintoni, parolacce, minacce, «se-non-mi-segue-seduta-stante-io-la-ammazzo», lo avevo costretto venire con la stola viola e il resto. E, a vederlo entrare, gli occhi imploranti s’erano illuminati d’una gioia insensata. Sublime e insensata. Oltretutto lei lo detestava perché per celebrare la messa nella nostra cappella del giardino esigeva ogni volta ventimila lire. E perché durante la Messa prendeva a calci York, il suo yorkshire-terrier, che si metteva ai piedi dell’altare. Poi, da un tipo simile assolta dai peccati che non aveva mai commesso, s’era appisolata con un sorriso felice e… Ho chiesto a Marco: «A che ora se n’è andata?». «Alle tre del mattino» ha risposto un po’ sorpreso dalla domanda. E ho avuto un brivido. Anche mia madre se ne andò alle tre del mattino.

Non ho mai visto un ritratto della tua. Nel living-room vi sono soltanto fotografie di prelati. Ma la vedo in due immagini che en-passant me ne hai dato. La prima è quella d’una mamma alla quale un bambino di sette anni dice inesorabile «Io voglio diventare prete». La seconda è quella d’una signora che si inchina dinanzi al proprio figlio vestito da vescovo e gli bacia l’anello. Dunque la mano. Bè, al tuo dolore dico: non è vissuta invano quella mamma, quella signora. Perché ha messo al mondo te. E a costo di scandalizzarti, indignarti, spaventarti, (aiuto-aiuto, Graham-chiama-la-polizia-porta-l’acqua-santa-ché-bisogna-fare-un-esorcismo), questa volta ti abbraccio teneramente. Anzi con tutta l’anima.

«In te mi riconosco, sebbene io sia del tutto diversa da te»

di Oriana Fallaci

New York, domenica 2 amggio 2006

“L’Alieno si è esteso alla spina dorsale, si è piazzato nella vertebra dentro cui mi beccai la pallottola messicana e di lì ha invaso altre vertebre. Da gennaio soffro dolori spietati e vivo di anestetici. Non ti scrivo da cent’anni… Ormai è diventata un’impresa straziante anche cambiare il nastro di questa macchina. Tutto fluttua dentro la nebbia e, in più, a stare seduta mi manca il respiro, soffoco. Quasi ciò non bastasse, ogni giorno succede qual cosa che mi ruba a me stessa e quando emergo dal nuovo trauma crollo sul letto come un bove al mattatoio. Lì ti scrivo, sì. Ma col pensiero e basta. Oggi, però, ne sento un bisogno spasmodico. Così aguzzo l’occhio superstite o quasi, e incomincio dicendo: che cosa farei senza dite?!?…Era primavera, ricordi, quando ti scrissi per ringraziarti dell’intervista che avevi dato su me e sul Papa. E stavo già molto male, temevo già di non farcela a venire in Italia. Ma con le tue lettere e le tue telefonate mi tenesti viva fino all’estate. E poi fino all’autunno. E poi fino all’inverno. E poi fino a questa primavera…

No, io non devo nulla alle sue radioterapie e alle sue chemioterapie. Devo tutto a quella settimana d’estate, a quei due giorni d’inverno, a quel giorno e mezzo di primavera, alle attese interminabili ma consolanti, alle tue parole scritte… Loro mi insultavano, mi perseguitavano, e tu mi consolavi. Loro mi denigravano e tu mi elogiavi. Loro mi ferivano e tu mi guarivi… Ora, dopo avermi aiutato a vivere, mi aiuti a morire… Sai, mi dispiace molto morire. Infatti, me ne vado con molti dispiaceri. Ma il dispiacere più grosso è averti trovato così tardi. E aver passato così poco, troppo poco, tempo con te. Non so nemmeno chi eri, com’eri… Di te so soltanto chi sei oggi. Una persona nella quale mi riconosco completamente, sebbene sia completamente diversa da te…

 

Ma ora che sto per andarmene ciò non mi basta, e mi sento come Lavoisier che condannato alla ghigliottina chiedeva due o tre giorni di più, per concludere una formula rimasta interrotta. (Ma le belve non glieli concessero, e il poverino salì sul palco mormorando: «Quel dommage! C’est vraiment dommage.!»).

 

Forse sono ingrata. Non so accontentarmi e non penso che deve esserci un motivo per cui, come un vaso di fiori che cade dalla finestra, mi sei piombato in testa da ultimo. E il motivo è che tutto succede quando e come deve succedere. In quel “quando” e in quel “come” v’è un disegno misterioso, anzi, una logica da cui non si prescinde. Forse, se il vaso di fiori mi fosse piombato in testa prima, non ti avrei riconosciuto. Non mi sarei riconosciuta in te. Forse il regalo è giunto così tardi, nella sua logica illogicità e col suo einsteiniano rompicapo sulla Relatività del Tempo, proprio per compensarmi d’una vita infelice. (Infelice, sì. Priva di amore, di tenerezza, di affetto. E, in sostanza, di famiglia. Infatti, il mio romanzo interrotto dal maledetto 11 settembre è la ricerca disperata della famiglia). Da un anno sei tu la mia famiglia”.

Qualche mese più tardi, Monsignor Fisichella le sarebbe stato accanto nel momento del trapasso, tenendole la mano come promesso. Racconta: “L’ultima settimana di agosto, poco prima della morte, ho accudito Oriana. Era rimasta sola, abbandonata da tutti. La sofferenza era forte, ma il viso e la voce si erano trasformati. La combattente di un tempo mostrava ormai i tratti della dolcezza, segno della vicinanza dell’Altro, a cui non credeva ma che aspettava di incontrare”.

La sorpresa dopo la morte: Oriana Fallaci lascia la biblioteca al Papa.

Oriana Fallaci ha lasciato al Papa ciò che ella aveva di più caro e prezioso, l’immensa biblioteca personale. Il suo patrimonio librario andrà all’Università del Laterano, l’ateneo del Pontefice. Lo ha annunciato Monsignor Rino Fisichella, che della Lateranense è il rettore, nel corso dell’inaugurazione del 234° anno accademico, svoltasi alla presenza di Benedetto XVI, che ha poi personalmente voluto salutare i parenti della Fallaci. E uno degli onori più grandi in occasione delle esequie le era stato riservato dall’ex presidente della Conferenza Episcopale Italiana Camillo Ruini, che aveva pianto la scomparsa di una grande testimone di «forza morale, ingegno, qualità letterarie e amore per l’Italia», invocando pubblicamente per lei, atea, l’abbraccio del Signore. La donazione di Oriana, decisa dalla giornalista nel periodo successivo allo storico incontro con il Santo Padre del 26 agosto 2005, rappresenta una conferma della speciale sintonia che la scrittrice aveva maturato con l’attuale Pontefice. Fisichella ha parlato di «venerazione» per l’attuale Pontefice: sentimento che l’ha convinta, insieme alla «profonda amicizia» che la legava allo stesso rettore, alla donazione che arricchirà la biblioteca con il “Fondo Oriana Fallaci”. Fisichella continua: “L’affinità intellettuale tra i due era tutta lì, nella visione della profonda crisi del mondo occidentale e nel desiderio di trovare la strada giusta per venirne fuori. Si tratta di due personalità estremamente diverse quanto simili. Entrambe, nella loro genialità di pensiero e d’analisi, sono sospese in una dimensione personale ed aristocratica, quasi malinconica, spesso in solitudine. Il loro pensiero poi, così radicale, forte, politicamente scorretto, e per questo fastidioso e pericoloso, le rende amatissime da pochi e odiatissime da molti di più, anche se per ragioni spesso parecchio differenti”. Fisichella poi spiega: «Al Laterano ha lasciato in eredità i suoi libri. Lo ha fatto finché ha potuto, in ginocchio per terra, come faceva lei, metteva la dedica e la sua firma, li ha inscatolati personalmente. Questo fino a un paio di settimane prima di morire. Ha donato anche fotografie e altri oggetti. Non voleva che andassero perduti, che andassero all’asta, dispersi in mille rivoli. Voleva tenerli uniti. I libri del Fondo Fallaci li stiamo catalogando poi saranno a disposizione. Questione di pochi mesi. Il Laterano riserverà una sala in cui esporre anche gli oggetti, una specie di piccolo museo. Ci sono i taccuini, le penne predilette, la sua macchina da scrivere, persino lo zaino del Vietnam».

La donazione è piuttosto corposa, si aggira intorno a quel migliaio di opere che la giornalista conservava in parte nella biblioteca dell’abitazione fiorentina e in parte nella casa di New York, dove ha abitato negli ultimi anni. Qui Oriana Fallaci lavorava e studiava, nel suo studio al piano ammezzato dove si circondava soprattutto di alcuni testi di rapida consultazione che la aiutavano nella stesura delle sue opere. È al piano superiore, nel soggiorno, che una massiccia libreria in legno ospitava (e ospita tuttora, in attesa del trasferimento) centinaia di testi e altro materiale che andrà ora nelle sale della Lateranense. Tra questi, una preziosa Bibbia illustrata da Gustave Doré: volumi che la scrittrice custodiva con venerazione, insieme a numerose edizioni antiche, sette e ottocentesche, delle opere di William Shakespeare e di altri grandi protagonisti della letteratura inglese, che amava in modo particolare. Protagonista di uno stile di vita estremamente rigoroso, visitava frequentemente le librerie di New York, a cominciare da Argosy, una delle più note e specializzata in libri d’epoca, nella quale spendeva anche centinaia di dollari. Qui la Fallaci si concedeva visite di ore, alla caccia di edizioni rare o che la interessavano particolarmente. Tra queste, molte edizioni dei grandi filosofi greci, a cominciare da Platone, le principali tragedie greche e moltissimi testi di storia. Ma la scrittrice, descritta come ottima e appassionata cuoca, consultava con piacere anche testi più sorprendenti, come libri di ricette dell’800: con la stessa maniacalità mostrata nella cura dei suoi scritti si dedicava alla contemplazione dei pezzi della sua collezione, descrivendo agli amici e ai collaboratori l’impaginazione, le illustrazioni, i caratteri, le copertine rilegate. Difficile non cogliere un estremo, chiarissimo messaggio rivolto alle istituzioni di quel suo Paese natale col quale è sempre rimasta in polemica: il lascito a un ente “straniero” suona anche come un’indicazione esplicita sul luogo in cui la scrittrice ha mostrato di riporre più speranza. Aveva visto in Ratzinger un’autorità intellettuale e un alleato nella difesa della cultura occidentale che entrambi vedevano minacciata e indebolita anzitutto dall’interno: «Si trova nella situazione più difficile che possa intrappolare un leader del nostro tempo. Difficile da un punto di vista teologico e filosofico. Difficile da un punto di vista politico e umano. (…) Eppure io ho fiducia in lui.  Sa, nel mio caso non si tratta di mischiare il diavolo con l’acqua santa: si tratta di esercitare la razionalità». Già l’autorevole storico Ernesto Galli della Loggia aveva scritto: “Joseph Ratzinger è principalmente un testimone della nostra drammatica epocalità, l’uomo consapevole che, nella vampa infuocata dei tempi, interi universi storici, interi mondi antropologici e culturali che per secoli ci hanno plasmato, minacciano di venire annientati e di scomparire; e sente che, lungi dal corrispondere a un qualsiasi progresso, ciò apre solo la strada verso il nulla”. Era questa preoccupazione che calamitava Oriana Fallaci verso Ratzinger, e viceversa. E’ stata la paura reale e terribile del baratro del nichilismo e dell’insensatezza in cui sta piombando (o è già piombata del tutto) l’Europa odierna che ha spinto due persone così diverse per storia, formazione e ideologia, a leggersi, comprendersi, ad unirsi in questa lotta mostruosa ed immane, ad amarsi. La Fallaci aveva maturato la triste ed umiliante consapevolezza che l’ideologia laica aveva miseramente fallito. Si era resa conto (e questo le pesava non poco) che nel momento stesso in cui l’Occidente aveva ripudiato ed abiurato il Cristianesimo, questa forza immensa che aveva forgiato per due millenni la civiltà e la cultura occidentale, si era consegnato ad un laicismo aggressivo che, oltre alla ferma volontà di distruggere il pensiero religioso da ogni dimensione della società, non aveva niente altro da dire. Oriana, a differenza di Benedetto XVI, percepiva soprattutto il problema del vuoto culturale dell’ Occidente in relazione all’ espansionismo dell’Islam. Ne “La rabbia e l’orgoglio” scriveva:I mussulmani hanno qualche cosa che noi non abbiamo ed è la passione. Hanno la fede e la passione. Nel male, in negativo, ma l’hanno. Noi non l’abbiamo più, l’abbiamo persa, la nostra forma di società ha inaridito l’animo, ha inaridito il cuore della gente. Perfino nei rapporti amorosi c’è meno passione. In quanto alla fede, nel nostro mondo è una parola quasi sconosciuta. Loro sono più stupidi di noi ma sono profondamente appassionati, dunque più vitali. Perfino la guerra, che è un atto di passione – passione in negativo, la ferocia, il sangue –, è diventata sterile, pulita. Questa mancanza di passione si riflette nella nostra vita quotidiana perché, al posto della passione, abbiamo il benessere, la comodità, il raziocinio. Tutto quello che siamo è frutto di raziocinio, non di passione. Sono crollati e crollano, tutti i popoli che dimenticano di avere un’anima. Ci stiamo suicidando, cari miei. Ci stiamo uccidendo col cancro morale, con la mancanza di moralità, con l’assenza di spiritualità”. In qualche articolo lei, che pure era atea, gridava disperata: “Abbiamo ucciso il Cristianesimo! Oriana Fallaci, viveva il dramma dell’assenza di spiritualità, di quella fede mortificata e soffocata da un pensiero che ora mostrava in ogni ove la sua sconfitta. L’Europa del genio delle cattedrali gotiche s’era ridotta semplicemente a vivere, mangiare e copulare come una gran bella bestia, vinta completamente dal peggior materialismo nichilista. E’ in questa consapevolezza che stava l’incontro, il rispetto, la stima, la ricerca reciproca da parte di questi due grandi così disprezzati ed odiati, ieri lei, oggi lui, specie da un certo tipo di sinistra che della frenesia del relativismo, del multiculturalismo, del politicamente corretto, del laicismo senza se e senza ma, del sovvertimento di ogni valore o verità precostituita, ha fatto la sua bandiera di battaglia per affondare definitivamente ciò che resta della vecchia cultura. E così, mentre Ratzinger spiega che: C’è  un odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; l’Occidente tenta sì, in maniera lodevole, di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso; della sua storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro. L’Europa ha bisogno di una nuova – certamente critica e umile – accettazione di se stessa, se vuole davvero sopravvivere, a custodire con maggiore impegno e gelosia il lascito di Oriana Fallaci restano le sole due forze in cui ella aveva risposto le sue speranze: gli Stati Uniti d’America e Santa Romana Chiesa.

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