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Esteri, Guerre

Yemen, anche i mercenari della Blackwater soccombono alla Resistenza di Ansarullah

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Tra martedì e mercoledì, almeno 14 mercenari della Blackwater sono stati uccisi in Yemen dai combattenti Houthi. È la conferma di una notizia pubblicata dal New York Times il 25 novembre, secondo la quale gli Emirati Arabi avrebbero ingaggiato almeno un battaglione di combattenti latino americani, per lo più colombiani, inquadrato da ufficiali di varie nazionalità (ne è stato ucciso uno australiano), per combattere in Yemen con uno stipendio di mille dollari la settimana e la promessa della cittadinanza emiratina.

Il ricorso ai mercenari della Blackwater, la famigerata agenzia di “contractors” vicina al Pentagono che in Iraq ed Afghanistan s’è macchiata di crimini atroci, è l’ennesima dimostrazione del disastroso andamento della guerra per i sauditi e i suoi alleati. Gli Emirati, non potendo intensificare il proprio sforzo militare in Yemen, sia per le gravi perdite già subite, sia per la modestia delle proprie forze armate già anche troppo provate, adesso sono costretti a ricorrere ai mercenari di un’agenzia privata.

Ma è tutta la coalizione saudita ad essere in grave difficoltà malgrado sempre nuovi Stati, dietro lauto pagamento, stiano mandando contingenti in Yemen. La lista è ormai chilometrica: accanto alle truppe di Riyadh, Emirati, Qatar, Bahrain, sono arrivate quelle dell’Egitto, Senegal, Sudan, Mauritania ed ora Marocco. Raschiando il fondo del barile per trovare uomini, anche centinaia di terroristi fuggiti dalla Siria in Turchia, da laggiù sono stati trasferiti ad Aden con un ponte aereo gestito da Qatar ed Emirati.

Il fatto è che, al nono mese di guerra, malgrado la massa di materiale modernissimo messo in campo e i sempre nuovi contingenti rovesciati sullo Yemen, la Resistenza Houthi e dei reparti dell’Esercito invece che incrinarsi si rafforza.

E non potrebbe essere diverso: contingenti male addestrati e peggio coordinati, mandati su un territorio sconosciuto, aspro e totalmente ostile, finiscono regolarmente falcidiati da imboscate e attacchi improvvisi. Le perdite sono altissime: malgrado Riyadh abbia calato una cortina di silenzio, le stime che circolano solo sulle perdite saudite parlano di circa 2mila morti e quasi 5mila feriti. Va ancora peggio con i materiali: le colonne meccanizzate sono sistematicamente attaccate con sistemi controcarro, e sono ormai centinaia i blindati e i tank ridotti a carcasse con gli equipaggi dentro. Perfino la Marina ha avuto sei navi distrutte (l’ultima sabato scorso), centrate da missili quando s’avvicinano alle coste per bombardare città e villaggi.

E non è tutto: la Resistenza Houthi e l’Esercito sono da tempo penetrati in profondità nel Sud Ovest dell’Arabia Saudita; occupano stabilmente una dozzina di basi ed installazioni militari di Riyadh dopo averle conquistate e saccheggiate, ed hanno ormai circondato le città di Najran e Jizan. Secondo un comunicato ufficiale dell’Esercito yemenita, le formazioni sul campo sono in attesa di una decisione politica sull’opportunità d’impadronirsi dei due grossi centri. Inoltre, l’esempio della Resistenza di Ansarullah ha mobilitato le popolazioni zaidite del Sud Ovest dell’Arabia, da sempre emarginate ed oppresse, facendo sorgere gruppi di Resistenza contro Riyadh.

Malgrado l’accanimento degli attacchi aerei terroristici, che hanno massacrato almeno 7500 persone e ferite il doppio, distrutto un Paese già povero e, secondo stime Onu, ridotto alla fame uno yemenita su due, il bilancio dell’operazione militare è completamente fallimentare.

All’insuccesso sul campo, s’aggiungono i costi spaventosi della campagna per le casse di Riyadh, costretta a pagare somme enormi per mantenere l’appoggio degli “alleati” e per rimpiazzare i materiali distrutti. È una situazione insostenibile, che sta costringendo la casa reale a smobilizzare dall’estero sempre maggiori riserve.

L’azzardo disastroso del clan Sudairi (già inviso a molti nella casa reale per il colpo di palazzo con cui si è impadronito di tutte le leve di potere), sta suscitando crescenti malumori all’interno della sterminata famiglia reale, sempre più preoccupata per la situazione economica che minaccia di travolgerne gli immensi privilegi, e per la clamorosa perdita di credibilità e prestigio.

Per questo Riyadh continua a rilanciare sul campo malgrado incassi sconfitte su sconfitte, ingaggiando chiunque sia disposto a vendersi per guadagnare tempo e trovare una via d’uscita.

Sono in corso contatti diplomatici soprattutto con la mediazione dell’Oman, ma è difficile che la Resistenza faccia concessioni a chi ha invaso, massacrato, distrutto. Nel frattempo, esercitando l’unica selvaggia pressione che possono, i sauditi continuano a bombardare indiscriminatamente e mantenere lo Yemen serrato in un blocco che affama la popolazione, nel totale disinteresse della comunità internazionale.

Un Popolo intero, nell’indifferenza generale, sta pagando col proprio sangue ed infinite sofferenze la voglia di libertà, la voglia di poter decidere da sé il proprio destino.

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