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CATTOLICI CONFUSI? BE’, PENSATE QUANDO C’ERANO TRE PAPI!

Appello ai cattolici confusi e a quelli che corrono dietro a certi “tradizionalisti”. Abbiate fede e fiducia e soprattutto ripassate (o studiate) la storia: “Non sapere che cosa sia accaduto nei tempi passati, sarebbe come restare per sempre un bambino”. (Cicerone)

TRE PAPI

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Nel corso del XIV secolo si formavano le nazioni occidentali ed organizzatesi in Stati più o meno vasti, si abituavano a trattare le cose proprie secondo i bisogni e gli interessi nazionali all’infuori di ogni ingerenza esterna, il papato si vedeva sempre più costretto a mettersi sulla difensiva. La sua soggezione alla Francia con la sua sede ad Avignone e la crescente depravazione morale della curia e di tutto l’ambiente ecclesiastico avevano accumulato su larga scala e anche tra credenti un pericoloso spirito di rivolta. Ricordiamo che la “cattività avignonese” iniziò il 1309; e anche se terminò nel 1376, le nefaste conseguenze continuarono anche dopo il rientro a Roma di Gregorio XI. Fu proprio questa “cattività avignonese” che andò a creare il cosiddetto “Scisma d’occidente” (o “grande scisma”); espressione con cui è designato il periodo (1378-1417) in cui la chiesa occidentale fu divisa fra due obbedienze papali in lotta tra loro, di cui una aveva la sede a Roma e l’altra ad Avignone. Dei fatti principali ne facciamo subito qui una sintesi. Iniziando dal giorno che venne eletto GREGORIO XI. La cerimonia avvenne il 4 gennaio del 1371, e il giorno successivo seguì la sua consacrazione a papa. Era giovane, non contava ancora quarant’anni, ma era di costituzione debole, sempre con un pallore mortale in viso, e il suo pontificato che si presumeva lungo durò invece solo otto anni, fino al 1378. Era – giocando il conclave in casa – ovviamente un francese, e quindi come i suoi predecessori, quando iniziò a distribuire benefici o a elevare i suoi collaboratori alla porpora cardinalizia si comportò come quelli: i beneficiati erano tutti francesi, e fra questi – con il solito nepotismo – molti erano i suoi parenti. E se c’era ancora qualche ottimista che pensava di un ritorno a Roma della Sede Papale, che mancava ormai da 70 anni, dovette subito diventare un pessimista. Eppure, fin dall’inizio sconcertò i suoi elettori, annunciando che aveva intenzione di far un ritorno a Roma riportandoci la sede papale; addirittura fissò perfino la data: nell’anno dopo, maggio del 1372. Ma più cose contemporaneamente fecero ritardare questo progetto. FRANCIA: C’era la guerra in corso della Francia con l’Inghilterra e il re francese aveva bisogno dell’appoggio del papa, in male avendo in mano il potere spirituale (quindi le scomuniche a portata di mano), in bene perché Gregorio XI poteva essere un mediatore per arrivare con gli inglesi a una pace non ingloriosa. Ma non servì a nulla la presenza del papa ad Avignone.

GERMANIA: Carlo IV, pur essendo lui stesso incoronato a Roma dal suo predecessore (che poi abbandonò per far ritorno in Germania) aveva di sua iniziativa lui e i suoi principi fatto incoronare ad Aquisgrana suo figlio quindicenne Venceslao. La curia avignonese fece presente che non aveva validità perché mancava l’approvazione del papa, ma quello ingarbugliò così bene le sue carte, che riuscì ad ottenere da Gregorio una ratificazione dell’elezione. E anche qui la dignità di un papa fu scossa. Avignone contava nulla.

ORIENTE: La visita in Italia dell’imperatore Paleologo quand’era in vita ancora Urbano V, per sollecitare una crociata contro i turchi, era già finita in un fallimento clamoroso prima ancora di iniziare, e con Gregorio XI non se ne parlò proprio più. Da Avignone gli appelli non erano stati raccolti da nessuno. Altro fallimento della Santa Sede avignonese Per questo e altri motivi, il fallimento dell’operato di Gregorio era dunque piuttosto palese. Il desiderio di andarsene da Avignone si rifece strada. Ma non è che in ITALIA le cose erano a suo favore. Per il mondo laico un ritorno del papa da Avignone non era proprio gradito, così i potenti signori e le compagnie di ventura potevano spadroneggiare negli Stati Pontifici togliendo una dopo l’altra alcune città. Mentre il mondo cristiano da quando Urbano V aveva lasciato Roma per far ritorno ad Avignone (ne parleremo ancora più avanti) , era rimasto indignato, si sentirono abbandonati al loro destino. Se ci fosse stato ancora il sagace e genialoide Albornoz, forse i romani avrebbero avuto qualche opportunità per recuperare i territori selvaggiamente saccheggiati, ma il suo sostituto il vicario pontificio Philippe de Cabassoles (francese) , era un inconcludente, in quasi tutti i territori pontifici l’amministrazione era assente politicamente e militarmente, e in quasi tutte le città scoppiavano rivolte; insomma non ne volevano più sapere di vicari e inetti funzionari francesi disseminati nello Stato Pontificio che sempre più spesso erano accusati di malversazioni e tirannia.

Cosicchè, questi funzionari comportandosi così, invece di favorire la causa pontificia, riuscivano (di riflesso) solo a indisporli ancor di più verso il papa (Sant’Antonino diceva che il loro era “un dominio di superbi e che erano intollerabili”). «Dopo che la Santa Sede era stata trasferita oltr’Alpe, ad Avignone — scrive Lionardo Aretino tutte le contrade sottomesse alla Chiesa erano governate da legati francesi. Insopportabile era la loro alterigia nel comandare; essi tentavano di estendere la loro autorità sulle città libere, ed i loro ufficiali e cortigiani non erano uomini di pace, ma di guerra; essi riempivano l’Italia di stranieri, in tutte le città costruivano fortezze con grandissime spese e mostravano con ciò quanto fosse misera e forzata la servitù di queste popolazioni cui avevano tolto la libertà, giustificando l’odio dei sudditi e la diffidenza dei vicini. Le istigazioni di Firenze non solo trovarono il terreno propizio nel malcontento dei popoli, ma anche nel desiderio che avevano quasi tutti i signori di ricuperare il potere perduto”.

Era buon gioco per gli emergenti Visconti, che attizzavano qui e là rivolte, atteggiandosi a difensori della indipendenza d’Italia. Ad ascoltarlo furono anche i Fiorentini; la repubblica nel luglio del 1375 faceva lega proprio con i Visconti di Milano, con Bologna, Perugia, Città di Castello, Siena, Lucca, Arezzo e Pisa e altre città ex pontificie. A Firenze questo cambiamento di rotta non era avvenuto per caso. Firenze coinvolta in quella guerra che durava da dieci anni, era una città desolata per la carestia e per la peste, che dal marzo all’ottobre dell’anno prima (1374) aveva cagionato la morte di ben settemila persone. Davanti a sé c’era un inverno drammatico. Scarseggiando soprattutto il grano, Firenze si rivolse per averne — come in simili circostanze era solita fare — in Romagna, ma con sua grande meraviglia sentì dire che il cardinale Guglielmo di Noellet, legato (francese) pontificio di Bologna, aveva proibito l’esportazione del frumento. I Fiorentini interpretarono questo divieto come un tentativo del cardinale di affamare la loro città per potersene rendere poi padrone, e si mostrarono molto irritati. E quando i pontifici mandarono in territorio fiorentino la compagnia di ventura guidato da Giovanni Acuto, ebbero proprio questa certezza: che la si voleva prendere per fame. Gli avventurieri però guardavano a

chi pagava di più, e i fiorentini offrendogli centotrentamila fiorini quelli se ne tornarono da dove erano venuti. Ma i fiorentini che avevano sborsato tutto quel denaro deliberarono di vendicarsi, levandosi in armi contro la Santa Sede e facendole ribellare le popolazioni soggette. Ecco perché si giunse alle alleanze citate sopra. Inalberarono perfino uno stendardo rosso dove c’era scritto in bianco la parola libertas. Questo motto era la prova delle intenzioni che avevano i Fiorentini di muovere a ribellione tutte le terre che prestavano obbedienza alla Chiesa. Né questa era impresa difficile, dato il tanto odio che le popolazioni soggette alla Santa Sede nutrivano per i legati pontifici. In breve Firenze, divenne l’anima di questo movimento insurrezionale. Non si stancava di inviare incitamenti in altre città. Anche a Roma inviò lettere, vergate dal celebre umanista Coluccio Salutati, cancelliere della repubblica, nelle quali si esortavano i Romani a sollevarsi, a scacciare la tirannide, a difendere la libertà, a non credere alle promesse dei Papi e a seguire la sentenza di Catone: “Nolumus tam liberi esse quam cum liberis vivere”. Ma Roma, che già da qualche tempo guardava con gelosia l’ingrandirsi di Firenze, non prestò ascolto alle calde parole del Salutati che la invitava ad entrar nella lega. Questo però non era un segno a favore del papa, anzi a Roma persino il basso clero, era stanco di attendere un ripristino dell’autorità pontificia, e si univa volentieri ai rivoltosi repubblicani, e già si parlava di farla finita con questo sordo papa avignonese e di nominarne un altro, perché il papato stava correndo il rischio di rimanere per sempre confinato fuori d’Italia, e che quindi non solo il potere temporale sarebbe andato perduto, ma anche quello spirituale. Bologna invece non rimase insensibile alle esortazioni dei Fiorentini. La notte dal 19 al 20 marzo del 1376 il popolo bolognese, capitanato da Taddeo degli Azzoguidi e da Roberto Salicetti, circondò la fortezza e costrinse il legato a consegnare le chiavi; il gonfalone del comune venne issato al sommo della torre e il giorno dopo fu nominato il Consiglio degli Anziani e concesso il perdono a tutti i fuorusciti, eccettuati soltanto i Pepoli. Gregorio XI, ad Avignone fu impressionato dalle notizie che gli giungevano dall’Italia, e pur timoroso di natura, non trovò di meglio che prendere provvedimenti energici. Gregorio XI sapeva che istigatori delle ribellioni a Roma erano i Fiorentini e fin dal 3 di febbraio li aveva citati a comparire davanti al suo tribunale, ma avuta notizia della ribellione anche di Bologna e dell’aiuto che i fiorentini le avevano mandato (in denaro, in fanti, in cavalli) il 31 marzo del 1376 lanciò su Firenze l’interdetto e la scomunica. Poi abbandonò le armi spirituali che avevano fatto poco effetto e ricorse alle armi vere. Gregorio XI però non si fidava più di Giovanni Acuto che per più soldi aveva cambiato bandiera, ma assoldò la Compagnia dei BRETTONI, forte di seimila cavalli e quattromila fanti, di cui era capo Giovanni di Malestoit, e, messala al comando del cardinale Roberto di Ginevra destinato a governare la Romagna e le Marche, nel maggio del 1376 la fece scendere in Italia.

Questi Brettoni avevano fama di essere i più feroci venturieri di allora. Certo erano i più spavaldi, come ne fanno fede le parole dette al Papa dal Malestroit, il quale, chiesto se i suoi soldati erano capaci di entrare a Firenze, rispose: “se v’entra il sole, vi entreremo anche noi” ed aggiunse che entro un mese la città sarebbe stata occupata. Inoltre il papa diede a Roberto di Ginevra, ai suoi uomini e ai pochi fedeli rimasti, la facoltà di confiscare le merci dei Fiorentini, d’impadronirsi dei loro beni e di imprigionarli e venderli come schiavi. Un vero e proprio invito alla rapina, alla violenza e al cinismo. Mentre Roberto di Ginevra stava accampato presso Bologna, trattative correvano tra il Pontefice e i Fiorentini. Santa Caterina da Siena impegnata a distruggere l’opera nefasta iniziata da Filippo il Bello nel giugno del 1376 si recava ad Avignone e intercedeva presso il Papa in favore della pace esortandolo nello stesso tempo a fare ritorno in Italia. Gregorio XI desiderava vivamente di riconciliarsi con Firenze, che era stata sempre sostenitrice della causa della Chiesa, ma era sdegnato contro gli Otto (della guerra) e ne voleva la deposizione. Non avendola ottenuta, la guerra continuò con nessun vantaggio però delle milizie del Pontefice, il quale, convinto che solo la sua presenza avrebbe potuto estinguere l’incendio della rivolta, deliberò di scendere in Italia dove lo chiamava l’appassionata voce della Santa di Siena. Il re di Francia spedì ad Avignone suo fratello a dissuaderlo dal proposito. Perfino il vecchio genitore ancora in vita lo implorò a non lasciare la sua Patria che l’aveva onorato, fatto papa. E insieme al padre si portarono ad Avignone, perfino la madre e quattro sorelle, che piangendo tentarono alla partenza di sbarragli la strada. Fu tutto inutile. A parte le accorate lettere di Caterina (ed erano anche queste quasi delle profezie), Gregorio fin dal primo giorno dell’elezione aveva sempre pensato alla singolare e tragica profezia fatta da santa Brigida, a quella “voce” che “se il papa fosse tornato ad Avignone sarebbe morto”. Su quella profezia (che si era poi avverata con Urbano V a poche settimane dal suo rientro ad Avignone) Gregorio – che era un uomo timoroso- ci rimuginava sempre sopra. Fin dal primo giorno – come abbiamo letto all’inizio, fissando perfino la data – da quella città voleva fuggire. Finalmente, presa questa volta la grande decisione, Gregorio partì da Avignone il 13 settembre del 1376, diretto a Marsiglia, dove lo attendevano ventidue galee comandate dal Gran Maestro dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme. Si mise in mare il 2 ottobre. Il viaggio fu lento a causa dei venti contrari e delle soste. Undici giorni si fermò a Genova, altri giorni a Porto Pisano e solo il 5 dicembre toccò Corneto, dove era sbarcato nove anni prima Urbano V. Non potendo egli recarsi a Roma per via terra per la ribellione di Viterbo e di Civitavecchia, tornò ad imbarcarsi e si recò ad Ostia, da dove risalì il Tevere e il 17 gennaio del 1377 fece il suo ingresso trionfale da Porta Capena, accolto entusiasticamente dalla popolazione di Roma, che dopo circa settant’anni tornava ad essere la sede del Papato. Prese residenza in Vaticano (come aveva fatto nel suo breve soggiorno Urbano V) e non in Laterano che da questo momento perse la sede di Pietro. Ma Roma non era ancora tranquilla, ma più che per questioni politiche e religiose, i molti che si erano arricchiti nel vuoto di potere della “sede vacante”, e avevano esercitato abusi avevano tutto l’interesse nel proseguimento dell’anarchia. Ci furono alcuni tentativi fatti dal pontefice per riconciliarsi con i territori pontifici; ma non riuscirono. Anzi quelli fatti militarmente peggiorarono la situazione con la troppa zelante repressione fatta a Cesena dal vicario Roberto di Ginevra per dare una esemplare lezione a tutti i rivoltosi di altre città ribelli.

Compì una sanguinosa vendetta, una carneficina di quattromila cesenatesi. Un azione che gli valse il titolo imperituro di “boia di Cesena”. Mentre in Toscana, la signoria fiorentina si mostrò strenua sostenitrice degli Otto della guerra, contro cui per la maggior parte era rivolta l’azione di Gregorio XI, e colpì con gravi tasse il clero fiorentino, poi nell’ottobre del 1377 stabilì di non obbedire all’interdetto, di riaprire le chiese ed obbligare, sotto minaccia di gravi sanzioni i sacerdoti a celebrare gli uffici. Malgrado tutto, la popolazione fiorentina era stanca della guerra che non aveva dato concreti risultati, anzi svuotava le borse e danneggiava il traffico delle merci. Si aggiunga l’apostolato di Santa Caterina, che era andata a Firenze, per favorire la pace e la riconciliazione con la Chiesa. L’intransigenza degli Otto fu vinta ed essendosi interposto come mediatore addirittura Bernabò Visconti fu indetta una conferenza a Sarzana. Il Pontefice da Roma vi mandò come suoi legati il cardinale d’Amiens e l’arcivescovo di Narbona; le città della lega inviarono i loro deputati ed anche il re di Francia vi spedì ambasciatori. Il congresso, presieduto dal Visconti, si aprì il 12 marzo del 1378, ma pochi giorni dopo, il 27, giunse notizia che GREGORIO XI era morto e la conferenza si sciolse. Gregorio non aveva nemmeno cinquant’anni e avrebbe avuto ancora molto tempo per governare la Chiesa, ma questa volta la profezia era all’incontrario, Caterina gli aveva scritto “venite, venite, venite, non aspettate il tempo che il tempo non aspetta Voi”. Lui era andato, ma il tempo che aveva davanti a sè, era improvvisamente volato via e non era riuscito a vedere ciò che gli diceva la santa, che “i lupi feroci vi metteranno il capo in grembo come agnelli”. Tuttavia la sua morte a Roma favorì quel consolidamento della Santa Sede ritornata nella sua sede naturale. Gregorio otto giorni prima, cosciente di morire emanò una bolla che autorizzava i cardinali presenti a Roma a procedere subito all’elezione del nuovo pontefice, anche con i 6 cardinali di Avignone assenti. Non fu un’elezione facile, anzi causò ciò che molti temevano: si favorì infatti uno scisma L’8 aprile 1378, forse influenzato dal tumulto popolare in cui si chiedeva a gran voce un papa italiano, il conclave elesse pontefice l’arcivescovo di Bari Bartolomeo Prignano che assunse il nome di Urbano VI. Ma ben presto questi si alienò il favore di gran parte dei suoi elettori; tredici cardinali, in maggioranza francesi, sostenendo che il voto era stato strappato con la forza, si allontanarono dalla curia e, rifugiatisi a Fondi, elessero (20 settembre) il cardinale Roberto di Ginevra, che prese il nome di CLEMENTE VII. Sconfitto dalle truppe che Urbano VI gli aveva mandate contro al comando di Alberico da Barbiano, Clemente VII (antipapa) si rifugiò alla turrita Avignone e vi ristabilì la sua curia. Attorno ai due papi subito si andarono delineando gli schieramenti politici: Clemente VII, era sostenuto (ovviamente) fin dall’inizio dall’appoggio politico e finanziario del re di Francia Carlo V e alcuni regni spagnoli; mentre Urbano VI poté contare sulla fedeltà dell’impero, dell’Inghilterra, della Scandinavia e di numerose città italiane. Ma nonostante la formale adesione dei principali stati all’una o all’altra obbedienza, in gran parte del mondo cattolico lo scisma determinò uno stato di incertezza o di conflitto e gli schieramenti si rivelarono spesso instabili e contraddittori.

Nei Paesi Bassi come in Polonia, il clero stesso si destreggiava tra i due partiti; in Portogallo, in Aquitania e nell’oriente latino i sostenitori di ciascun papa si facevano la guerra. I Visconti passavano da un partito all’altro, i fiorentini erano in posizione di incertezza, bande ostili al papa di Roma scorrazzavano nell’Italia centrale, e il regno di Napoli era diviso tra angioini, partigiani di Clemente VII, e i Durazzo, sostenitori di Urbano VI. Dappertutto le autorità pontificie locali doveva scendere a compromessi. Un Caos ! Queste amministrazione delle curie papali dovettero svilupparsi al massimo poiché la divisione delle entrate e le spese per sostenere la lotta rendevano sempre più pressante la necessità di denaro. Il papa di Roma disponeva sì di più larghi mezzi, ma aveva anche, con lo Stato della Chiesa, oneri più gravi, ciò che lo costrinse a mettersi nelle mani dei banchieri. II papa di Avignone, usufruendo in gran parte delle ottime strutture amministrative lasciatigli in eredità dai precedenti pontefici, con un semplice giro di vite fu invece in grado di aumentare le sue entrate. Si sfruttò insomma tutto ciò che poteva rendere: a Roma si aprì in anticipo di dieci anni l’anno giubilare nel 1390 mentre la curia avignonese beneficiò delle rendite di vescovadi e monasteri lasciati intenzionalmente vacanti. Lo scisma turbò la coscienza del clero, degli intellettuali e dei governanti più che dei fedeli che oltre a capire ben poche delle varie questioni, bastava a loro il parroco della parrocchia. Ma nelle diocesi prive di pastore o per una designazione contestata, fiorirono gli abusivi, i ciarlatani con gli abiti da prete o monaco. Fino al punto che l’amministrazione dei sacramenti era alquanto compromessa. I teologi e gli esponenti delle università più famose si pronunciavano sulle possibili vie per mettere fine all’insostenibile situazione, e fra queste vie: le dimissioni di uno o di ambedue i contendenti; l’incontro diretto fra i due pontefici perché trovassero essi stessi la soluzione; l’istituzione di un collegio arbitrale che decidesse sulla legittimità dell’uno o dell’altro. Ma soprattutto cominciavano a mettere in discussione l’assoluta superiorità del potere pontificio e ad auspicare il ricorso ad una autorità superiore, quella poi detti appunto dei “Grandi concili”. Ma ripercorriamo nei dettagli questa caotica situazione. Fin dall’inizio della “cattività” in seno all’ordine dei Minoriti si può dire che non tacque mai l’opposizione contro il papato mondanizzato e più diffuso divenne ogni giorno in occidente il sentimento della necessità, proclamata per primo dall’abate calabrese Gioacchino di Santafiora, che parlava di: una radicale rivoluzione; della necessità di abbattere la chiesa corrotta; ed inaugurare l’era dello spirito santo profetizzata nell’apocalisse. Un principio di opposizione concreta, assai seria ed efficace, cominciò poi a manifestarsi in Inghilterra. Non senza che vi contribuisse l’antagonismo politico contro la Francia, (interessata) tutrice della curia, la nazione inglese negò nel 1343, e nuovamente nel 1350, al papa avignonese il diritto di disporre dei benefici ecclesiastici inglesi; nel 1353 poi fu emanato lo statuto Praemunire, che comminò la pena riservata ai rei d’alto tradimento ad ogni inglese che si appellasse al tribunale del papa avignonese in questioni d’interesse interno dell’Inghilterra. Ed allorché nel 1366 papa Innocenzo VI tentò di reclamare il pagamento del tributo, che in precedenza aveva concesso re Giovanni rimettendo il suo regno alla curia e ricevendolo di ritorno in feudo, il parlamento dichiarò tale richiesta priva di fondamento e la questione chiusa per sempre, perché nemmeno il re non aveva il diritto di assoggettare l’Inghilterra alla Santa Sede. Poco dopo (1369), essendo ripresa la guerra con la Francia, si cominciò in Inghilterra ad agitare la questione se la nazione non avesse il diritto in momenti critici per il paese di servirsi dei numerosi beni della chiesa, i quali in proporzione alla loro estensione ed al reddito che davano sembravano chiamati troppo scarsamente a contribuire agli oneri pubblici.

Capo del coro di questo movimento fu Giovanni Wycliff, il primo vero riformatore che sia sorto prima di Lutero. Egli era allievo dell’università di Oxford, nella quale sopravviveva tuttora lo spirito di libertà di pensiero dell’audace nemico del papato, di Guglielmo Occam. Dagli scritti di Occam il Wycliff trasse pure una quantità di insegnamenti, ed in genere seppe impadronirsi di tutto il sapere della sua epoca; oltre che in filosofia, teologia e diritto canonico egli era molto addentro nel diritto e nella storia del suo paese. In seguito egli stesso divenne professore ad Oxford, prima nella facoltà inferiore delle arti liberali, poi nella prima facoltà, quella di teologia; salì pure alla dignità di dottore in teologia. Il suo prestigio e la sua autorità si accrebbero per il favore di cui lo circondò il duca di Lancaster, un principe reale che negli ultimi anni del regno di Edoardo III fu di fatto il vero sostenitore dello Stato. Wycliff espresse ora la ferma convinzione che si potessero secolarizzare i beni ecclesiastici illimitatamente, perché delle ricchezze che un tempo i re e la nobiltà avevano donato alla chiesa questa abusava e perché le stesse ricchezze stornavano il clero secolare dal retto adempimento del suo dovere; in sostanza egli mostrò di considerare la ricchezza della chiesa come la causa fondamentale da cui era scaturita la sua generale corruzione. Ma l’assiduo studio della bibbia lo fece andare anche più oltre, suggerendogli sempre più fieri attacchi contro i dogmi e le istituzioni della Chiesa: i sacramenti, la confessione auricolare, l’estrema unzione, la cresima, gli impedimenti matrimoniali introdotti dalla Chiesa e non conformi alla scrittura, il celibato del clero, il così detto potere delle chiavi del paradiso arrogatosi dai papi, il character indelebilis del sacerdote, l’adorazione dei santi, la venerazione delle reliquie, i pellegrinaggi e perfino il dogma della transustanziazione; tutto ciò fu sottoposto a severa critica e ripudiato dal Wycliff in base alla bibbia, che egli proclamò unica legge in materia di fede e che tradusse in inglese, ed in base alla più elevata concezione ch’egli aveva della natura della chiesa. Per lui la chiesa è la comunità dei fedeli o eletti; chi è eletto appartiene ad essa, sia laico, sia chierico; capo della chiesa è Cristo, non il papa, il quale non è neppur sicuro se sia veramente fra gli eletti, se sia vero fedele e quindi non può essere al di sopra della chiesa. Wycliff diffuse queste sue dottrine mediante numerosi scritti d’indole scientifica, mediante opuscoli redatti in forma popolare e mediante prediche elettrizzanti. I suoi scolari, i così detti «Lollardi» (preti poveri), percorsero da ogni lato il paese predicando secondo le idee del loro maestro il vero vangelo e mettendo in guardia gli inglesi contro gli intrighi di Roma. Per lungo tempo la posizione di Wycliff rimase così forte, che la gerarchia non poté colpirlo. Ma nel 1381 una rivolta del basso popolo, provocata principalmente da cause d’indole sociale, fu sfruttata dai nemici di Wycliff per farsene un’arma contro di lui e contro il suo protettore, il duca di Lancaster. Il primo dovette lasciare Oxford e si ritirò nella sua parrocchia di Lutterworth, dove passò predicando e scrivendo i suoi ultimi anni di vita (m. 31 dicembre 1384), incrollabile nella sua opposizione contro la chiesa esistente. La sua morte del resto non arrestò il movimento; verso la fine del secolo, i contadini, i borghesi delle città e la piccola nobiltà erano già wiclefisti; la stessa corte di Riccardo II manifestava uguali tendenze; solo l’alta aristocrazia ecclesiastica e laica si conservava ad esse ostile. Allorché però nel 1399 re Riccardo fu spodestato da suo cugino Enrico, il figlio del duca di Lancaster, le cose mutarono aspetto; l’usurpatore, cui interessava sopra ogni altro di avere l’appoggio dell’aristocrazia, le sacrificò il wiclefismo. Con apposito statuto fu introdotta nel diritto inglese la pena del rogo per gli eretici e ben presto i roghi arsero di fatto; venne in uso pure la censura ecclesiastica, furono vietate le versioni della bibbia e l’università di Oxford fu sottoposta a regolari ispezioni ecclesiastiche. Così la chiesa romana riacquistò il predominio in Inghilterra; ma le scintille partite da Oxford avevano già accesso altrove, in Boemia, un incendio che non le doveva riuscir così facile estinguere. Del resto lo stesso Lutero deve ritenersi indirettamente uno scolaro di Wycliff. Nel frattempo nella chiesa e nella curia si era prodotta una grave crisi interna che fu per così dire l’epilogo della tragedia avignonese. Il pericolo di dissoluzione che minacciava lo Stato della Chiesa in Italia indusse cioè nel 1368 papa Urbano V a trasferire nuovamente la sua sede a Roma, ma trovò una situazione così insanabile che poco dopo credette bene di riguadagnare l’assai più sicuro rifugio di Avignone (fra l’altro gli era morto pochi giorni dopo Albornoz). Ad ogni modo però l’esempio era stato dato; e di fatti il suo successore immediato, papa Gregorio XI, ritentò subito la prova. Nel gennaio del 1377 egli venne a Roma, e vi rimase, per quanto in mezzo a gravi difficoltà, sino al 27 marco 1378, giorno in cui lo colse la morte mentre si dice che si preparasse già a tornarsene in Francia. Tutto dipendeva ora essenzialmente da che i cardinali la rompessero completamente col passato eleggendo un italiano. E di fatti i loro voti conversero su un prelato italiano, l’arcivescovo di Bari, Bartolomeo Prignano, la cui qualità di suddito degli Angiò rese più agevole ai cardinali francesi di accedere alla sua elezione. Ma prima ancora che questa fosse proclamata, la plebe eccitata da false notizie o da voci male interpretate irruppe nel conclave e pose in fuga il sacro collegio. Così l’incoronazione del nuovo eletto, che prese, il nome di Urbano VI, non poté aver luogo che il giorno dopo (9 aprile 1378). Passò pochissimo tempo e i cardinali francesi ebbero a pentirsi di quanto avevano fatto, perché Urbano si emancipò completamente da loro e dalla Francia ed in particolare si accinse ad introdurre nel collegio dei cardinali numerosi elementi non francesi. Allora i cardinali francesi si staccarono da lui e dichiararono nulla perché estorta con la violenza dal popolo la sua elezione che sinora avevano energicamente difesa. Re Carlo V di Francia poi indusse la corte di Napoli a concedere asilo e protezione ai cardinali congiuranti. Così costoro il 20 settembre 1378, due giorni dopo che Urbano aveva creato ventinove cardinali italiani, poterono adunarsi a Fondi nel regno di Napoli e proclamare deposto il papa, procedendo ad eleggere in sua sostituzione uno dei loro, Roberto di Ginevra, che prese il nome di Clemente VII. Il partito francese aveva sperato che con la creazione dell’antipapa, Urbano VI sarebbe stato costretto a cedere il campo e si sarebbe potuto ripristinare il vecchio papato ligio alla Francia. Ma le cose andarono diversamente; Urbano restò al suo posto e le nazioni si divisero in due campi. Per Clemente VII si dichiararono la Francia col regno di Napoli e la Scozia, in seguito anche gli Stati della penisola iberica; dall’altra parte si posero l’Inghilterra, il regno tedesco, nonché l’alta e media Italia. Un primo grande successo lo conseguì Urbano VI nei riguardi del regno di Napoli: la detronizzazione di Giovanna I ad opera di Carlo III di Durazzo, da noi già narrata altrove e favorita da Urbano VI, gli procurò nel 1385, almeno transitoriamente, l’adesione anche di Napoli al suo partito.

Ciò costrinse Clemente VII ad abbandonare l’Italia ed a trasferirsi ad Avignone; il papato avignonese era così ripristinato; ma il suo titolare serbò in sostanza il carattere di usurpatore. Anche alla morte di Urbano VI (1389) le nazioni a lui devote infatti non riconobbero minimamente Clemente VII, ma i cardinali elessero immediatamente un altro italiano, Bonifacio IX. Questi peraltro ebbe la grave colpa di introdurre nella curia romana il sistema di sfruttamento del clero e del popolo a vantaggio del tesoro apostolico che la curia avignonese aveva creato; anzi lo spinse perfino all’eccesso, quasi che la mecca cristianità che gli obbediva dovesse rendergli altrettanto quanto ai papi antecedenti aveva reso la cristianità intera. Ciò contribuì a rendere i migliori elementi della cristianità i più desiderosi di porre fine allo scisma scandaloso. Fu ventilato il progetto di indurre ambedue i papi ad abdicare ovvero di convocare un tribunale arbitrale che decidesse per uno dei due; ma alla fine fu preferito il tradizionale rimedio dei gravi mali e perturbamenti della cristianità, la convocazione cioè del concilio ecumenico; di quel genere di concili che il papato divenuto troppo potente era riuscito a sopprimere di fatto durante gli ultimi secoli, ma che però non era sparito dalla memoria della gente. Al tempo del papato avignonese specialmente Marsilio di Padova e Guglielmo Occam avevano rievocato l’idea dei concili, e verso la fine del secolo poi l’autorità grande dell’università di Parigi e la voce dei suoi famosi dottori, come Pierre d’Ailly, Giovanni Gerson ed altri, fecero soprattutto propendere la bilancia a favore di questa idea. La stessa idea fu patrocinata dai tedeschi Corrado di Gelnhausen, Enrico di Langenstein ed altri, ed una quantità di scritti la fece penetrare nell’opinione pubblica del tempo, nel senso che il concilio avrebbe dovuto non solo ripristinare l’unità della chiesa, ma operare in essa quella generale riforma che si riconosceva sempre più indispensabile. Decisiva fu poi la circostanza che il governo francese, rappresentato dalla fazione borgognona, la quale dopo l’assassinio del duca d’ Orléans (fine del 1407) dominava alla corte del debole re Carlo VI e nel paese, abbracciò energicamente la causa della restaurazione dell’unità della chiesa e pose a papa Benedetto XIII, (antipapa) successo ad Avignone a Clemente VII, l’alternativa o di piegarsi al volere del governo o di andarsene dalla Francia. Contemporaneamente i cardinali romani si staccarono dal loro papa Gregorio XII, il terzo successore di Urbano VI, perché non intendeva ricordarsi della promessa, fatta al momento della sua elezione, di rinunziare all’occorrenza alla tiara nell’interesse dell’unità della chiesa. A questo punto i due collegi di cardinali, il francese e quello romano, si radunarono e votarono la convocazione di un concilio ecumenico a Pisa; e a tale scopo Firenze promise la propria protezione ad ambedue i partiti. Ma il concilio di Pisa, che si tenne dal 25 marzo al 7 agosto 1409 e fu frequentato da una larga rappresentanza del clero dei due campi avversi, nonché da numerosi delegati dei principi, non fece che peggiorare lo stato delle cose. Rimettendo ad un futuro concilio da adunarsi entro tre anni la questione della riforma generale della chiesa, esso si accontentò di deporre ambedue i papi; dopo di che i cardinali il 26 giugno elessero papa col nome di Alessandro V (antipapa) l’arcivescovo di Milano, Pietro Philargi da Candia, un greco di bassa origine. Se non che, mentre l’Inghilterra e la Francia, e la maggior parte dei principi tedeschi si schierarono decisamente a favore di Alessandro V, l’Italia rimase prevalentemente fedele a Gregorio XII, gli Stati spagnoli e la Scozia a Benedetto XIII, il quale pose la propria residenza a Perpignano; nessuno era abbastanza forte per piegare questi dissidenti ai voleri del concilio. La cristianità quindi in definitiva a quel punto ebbe invece che due, tre papi. Il primo impulso a una diversa soluzione di questa deplorevole situazione partì da re Ladislao di Napoli, principe ambiziosissimo, il quale, appena divenuto maggiorenne, risollevò le pretese della sua casa al trono d’Ungheria, e quando vide di non poterla spuntare contro Sigismondo di Lussemburgo, riprese energicamente la politica di Carlo d’Angiò, mirò cioè a farsi padrone di tutta l’Italia. Già nel 1408 egli aveva occupato Roma riducendo papa Gregorio alla più stretta obbedienza ai suoi voleri. In seguito egli si lasciò guadagnare da Giovanni XXIII (Baldassarre della Cossa), successore di papa Alessandro V (m. nel 1410), che era un napoletano, e scacciò da Roma Gregorio, il quale si rifugiò con pochi aderenti a Rimini; egli aveva così finito la sua parte e spariva dalla scena. Ma ben presto anche Ladislao e Giovanni vennero a rottura; il re nel giugno 1413 si presentò sotto Roma con intenzioni ostili, e penetrò, attraverso una breccia nella città; Giovanni XXIII a fatica riuscì a salvarsi fuggendo verso il nord. In tale frangente si gettò nelle braccia dell’antico rivale degli Angiò, Sigismondo di Lussemburgo, il quale ritenne di dover prendere una iniziativa per sistemare le cose della chiesa, in quanto egli portava sul capo anche la corona tedesca. Dopo la morte di re Ruperto egli era stato eletto re in competizione con suo cugino, il margravio Jobst di Moravia, anche lui eletto da altri elettori. Ma da questo rivale lo liberò nell’anno successivo la morte, e Sigismondo ottenne generale riconoscimento in Germania, dopo essersi amichevolmente accordato anche con suo fratello Venceslao che per un certo tempo mostrò velleità di tornare a far valere i suoi diritti alla corona. Già Giovanni XXIII, in ossequio alle deliberazioni del concilio di Pisa e sotto la pressione dell’opinione pubblica, aveva annunziato la convocazione di un concilio per la fine del 1414. Ora Sigismondo si interessò alacremente per tradurre in pratica tale progetto e fissò come sede del concilio Costanza. E prima ancora della data di convocazione – cioè nell’agosto 1414 – morì re Ladislao, l’unico che avrebbe potuto opporre seri ostacoli alla realizzazione del progetto. Così il 5 novembre 1414 si adunò a Costanza il sinodo, il quale, se si accentuano gli ormai scarsi fautori di Benedetto e di Gregorio, poteva dirsi rappresentasse tutta la cristianità occidentale. Anche i due papi ora menzionati vi furono invitati, ma non si fecero vedere. Invece Giovanni XXIII vi si recò personalmente e da principio ne presiedette le sedute, mentre Sigismondo, che raggiunse anch’egli Costanza, assunse la direzione della parte amministrativa; ma l’influenza decisiva nel concilio l’ebbero i dotti promotori e difensori del sistema sinodale, tra i quali va annoverato anche il tedesco Teodorico di Nieheim. Nell’assemblea le votazioni procedettero per gruppi di rappresentanti che corrispondevano ai principali gruppi di popoli occidentali, per «nazioni»: l’italiana, la francese, l’inglese ed in seguito anche la spagnola; e votarono non solo i vescovi, ma anche rappresentanti delle classi medie del clero e delle università; né mancò l’influenza dell’elemento laico, giacché i votanti di regola si mettevano precedentemente d’accordo con i rispettivi governi i quali avevano tutti dei delegati appositamente inviati a Costanza. Il concilio di Costanza riuscì nell’impresa di restaurare l’unità della chiesa, che al concilio di Pisa era fallita. L’opinione che prevalse fin da principio fu che tutti i tre papi dovessero abdicare. Invano Giovanni XXIII (l’unico dei tre papi presenti) tentò di stornare l’assemblea da questa idea; alla fine egli fuggì di nascosto da Costanza e trovò asilo presso il duca d’Austria-Tirolo.

Ma quando vide che Sigismondo si accingeva ad adottare provvedimenti di rigore contro il duca che lo aveva ospitato, si diede per vinto e rinunziò al pontificato. Il suo esempio fu seguìto da Gregorio XII che del resto era da tempo ridotto all’impotenza; ma Benedetto XIII rimase irremovibile. Se non che Sigismondo, sottoponendosi ad un lungo viaggio, si mise personalmente in contatto coi principi spagnoli e col re di Scozia, e finalmente li indusse a staccarsi dall’ostinato vecchio. Intervenuta in seguito a ciò al concilio di Costanza anche la «nazione» spagnola, Benedetto il 26 luglio 1417 venne anche con il suo consenso solennemente deposto, il che pose fine allo scisma della chiesa. Meno felice fu il concilio nell’opera di riforma ecclesiastica che il mondo attendeva. A tale scopo erano bensì state formate apposite commissioni, ma i loro lavori procedettero assai lentamente; la lunga assenza di Sigismondo e la ripresa della guerra tra l’Inghilterra e la Francia contribuirono ad ostacolarli. Raggiunto che fu poi – come detto sopra – lo scopo di ricondurre l’unità nella chiesa, i cardinali reclamarono che prima di procedere oltre nell’opera di riforma si eleggesse il nuovo papa. Le «nazioni» si lasciarono persuadere, salvo la tedesca; essa si oppose, ma da sola non poté a lungo persistere nella resistenza. Essa riuscì soltanto ad ottenere che prima di passare all’elezione del papa si pubblicassero con forza di legge le riforme sulle quali era già intervenuto l’accordo, riforme che, pure estirpando alcune parti più cancerose del sistema ecclesiastico, nella sostanza però lasciavano le cose come prima; che si stabilisse l’obbligo di periodiche convocazioni di concili, e che finalmente si incaricasse il futuro papa di accordarsi in seguito con il concilio o con le nazioni su una serie di altre riforme. Così l’ 11 novembre 1417 avvenne l’elezione del nuovo capo della cristianità unificata; essa cadde sul cardinale Oddo Colonna, un romano che finora aveva fatto poco parlar di sé, ma era noto come uomo equilibrato e capace. Egli assunse il nome di Martino V. Ma gli amici delle riforme dovettero con grande disappunto vedere che le così dette «regole di cancelleria », subito emanate da Martino V, lasciarono sussistere insieme con le vecchie tasse tutti gli arbitrii lamentati della cancelleria pontificia. Così pure non si fece più nulla per una riforma generale ed organica della chiesa, ma vennero solamente accordate alcune concessioni alle singole nazioni a mezzo di cosiddetti concordati: all’Inghilterra per sempre, alle altre nazioni per la durata di cinque anni, dopo i quali avrebbe dovuto convocarsi un nuovo sinodo, giusta la deliberazione adottata dal concilio. Fatto ciò, il papa il 22 aprile 1418 dichiarò sciolto il concilio dopo una sessione durata circa tre anni e mezzo. Ma noi qui non possiamo lasciare il concilio di Costanza senza fare un accenno del rogo che esso decretò a carico dell’ardito riformatore boemo Giovanni Hus, non prevedendo che accendeva così la prima fiamma di un incendio che avrebbe da lì a poco desolato per lunghi anni molta parte dell’occidente ed arrecato incalcolabili danni alla chiesa. In seguito al matrimonio contratto nel 1382 dal re inglese Riccardo II con Anna, sorella di re Venceslao, si erano intensificate le relazioni tra l’Inghilterra e la Boemia, provocando una forte affluenza di boemi all’università di Oxford. Ne derivò che le dottrine e gli scritti di Wycliff si diffusero largamente in Boemia in un’epoca in cui lo spirito nazionale boemo (czeco) aveva iniziato con successo la lotta contro il germanismo importato in paese da Ottocaro e Carlo IV e quindi anche contro le istituzioni ecclesiastiche occidentali. In questa situazione il wiclefismo si presentò agli czechi come una nuova ed ottima arma per la lotta che combattevano; ond’é che esso all’inizio del XV secolo, mentre tramontava in Inghilterra dove era nato, subì una poderosa risurrezione in Boemia. A capo del movimento vediamo i professori czechi dell’università di Praga e sopratutto Giovanni Hus di Hussinetz, nato nel 1365. Questi, che era pure predicatore della chiesa di Bethlehm a Praga, si fece apostolo del wiclefismo che diffuse mediante prediche nella lingua nazionale fra il popolo e mediante trattati latini fra la gente colta. Di proprio egli aggiunse ben poco alle dottrine di Wycliff; anch’egli insegnò che “nella chiesa non ha autorità che la legge divina, dalla quale la chiesa romana si era allontanata molto”, e mise inesorabilmente a nudo le piaghe cui avevano dato luogo sopra tutto la mondanizzazione e la ricchezza del clero (ricchissimo anche in Boemia). Negli attacchi contro le singole istituzioni esistenti della chiesa, Hus non andò molto oltre quanto detto da Wycliff; ma anche più energicamente di quest’ultimo sostenne che lo Stato aveva il diritto di rimediare ai mali della chiesa ed i laici quello di rifiutare obbedienza alla chiesa quando essa non si trovava in armonia con la legge divina. Assai incomoda riusciva all’ardente boemo l’opposizione dell’elemento tedesco che nell’università di Praga disponeva statuariamente della maggioranza dei voti rispetto all’elemento boemo (tre contro uno). Allorché però re Venceslao proclamò la propria neutralità nella questione ecclesiastica e l’università non volle con la sua maggioranza tedesca aderire a tale decisione, il re intervenne a modificare di suo arbitrio gli statuti della corporazione e diede tre voti ai boemi contro uno lasciato agli stranieri (gennaio 1409). La conseguenza di questo arbitrio fu l’emigrazione della massima parte dei professori e studenti tedeschi e la fondazione di una nuova università a Lipsia, la quale salì rapidamente a grande fama , mentre l’università di Praga perdeva il suo carattere universale per degradarsi ad una università esclusivamente czeca. Ma in essa Hus rimase almeno all’inizio, padrone assoluto. È questo il momento in cui Hus toccò l’apogeo della sua autorità ed influenza; il wiclefismo dalla capitale si propagò in ogni parte del paese e lo conquistò rapidamente. La popolarità di Hus aumentò ancora allorché egli con gli argomenti di Wycliff combatté un decreto emanato da papa Alessandro V; ma così facendo si guastò con la sua stessa facoltà teologica dell’università di Praga dove lui era rimasto senza emigrare a Lipsia; il che ben presto doveva tornargli fatale. Venne l’epoca della convocazione del concilio di Costanza. Re Sigismondo, la vera e propria anima di questo concilio, e per di più successore presuntivo in Boemia di Venceslao privo di prole, vide con preoccupazione la lotta religiosa che funestava quel regno. E perciò invitò anche Hus, promettendogli la sua protezione, a recarsi a Costanza per render conto dinanzi al concilio le sue tesi. Hus acconsentì ben volentieri, tanto più che lui era nientemeno convinto che avrebbe convertito alle proprie idee il concilio. E fu così sollecito che arrivò a Costanza prima ancora di Sigismondo (a principio di novembre 1414). Ma qui lo attendeva l’accusa di eresia mossa contro di lui dai teologi dell’Università di Praga, i suoi ex colleghi ora avversari. Fu arrestato ed il 28 novembre cominciò il suo processo. A questo punto giunse Sigismondo. Vincolato come era dalla parola data ad Hus di proteggerlo, apprese con indignazione quanto era avvenuto e minacciò di lasciare il concilio se Hus non veniva rimesso in libertà. Ma gli altri non cedettero e Sigismondo da parte sua non volle rischiare di distruggere la propria creatura (il concilio che aveva lui promosso) per amore del boemo. Così la sorte di Hus fu decisa. Il concilio dichiarò eretica la dottrina di Wycliff (4 maggio 1415) e pretese da Hus la ritrattazione delle sue idee, considerando notoria la loro analogia con quelle di Wycliff. Ma Hus rispose che non avrebbe ritrattato, se non quando lo si fosse convinto d’aver torto con argomenti tratti dalla bibbia; ed allora fu condannato al rogo che egli, irremovibile sino all’ultimo istante, subì il 6 luglio 1415.

 Questa condanna fu una vergognosa ingiustizia e Sigismondo non può essere scagionato dalla turpe macchia d’aver mancato alla sua promessa; e la punizione, assai grave, non si fece attendere a carico del re e della chiesa. Fra i boemi, che avevano sollecitato invano la liberazione del loro profeta, la notizia della sua morte sollevò una tempesta di indignazione che commosse tutta la nazione, dalle classi del popolo fino alla corte regia. I nobili fondarono una lega fra loro per diritto ereditario la corona spettava agli eredi di Sigismondo; ma gli Ussiti non vollero saperne dei parenti del carnefice di Hus. Anzi si fece strada rapidamente nel popolo boemo una corrente di idee assai più radicali di quelle sostenute dal suo profeta; si reclamò cioè la completa abolizione della gerarchia ecclesiastica esistente; si volle che la chiesa, spogliata delle sue ricchezze, fosse ricondotta alle condizioni dell’era degli apostoli mediante la soppressione di ogni dogma ed istituto che non si potesse giustificare con la bibbia, dei voti monastici, della quaresima, dell’adorazione dei santi e sopra tutto mediante la soppressione d’oggi distinzione specifica tra preti e laici, del dogma della transustanziazione e dell’adorazione dell’ostia (questo è lo scopo principale della massoneria e protestanti n.d.A). Ai taboriti (come si chiamarono questi estremisti della città boema di Tabor, dove Hus aveva predicato) facevano contrasto i più moderati calixtigi ovvero utraquisti, detti così perché davano molto peso ad una pratica (da secoli andata in disuso, ma proibita espressamente soltanto dal concilio di Costanza) per cui anche i laici potevano comunicarsi da sé ed usare il calice; inoltre essi reclamarono nel loro programma del 1420, nei quattro così detti articoli di Praga, la libertà di predicazione del vangelo, la secolarizzazione dei beni ecclesiastici, la vita apostolica del clero e la radicale estirpazione di tutti i peccati mortali ad opera dello Stato. Ma il vero partito d’azione erano i taboriti. Essi trovarono in Giovanni Zisca un capo, dotato di impareggiabile talento d’organizzatore, che seppe infondere ai suoi seguaci già pieni di fede ed entusiasmo tale spirito bellicoso e seppe talmente addestrarli alle armi ed alle manovre militari, che ben presto furono superiori ad ogni esercito regolare. Zisca poi non diede battaglia ai suoi avversari se non in posizione abilmente scelta, fece combattere le sue fanterie dietro la protezione di barricate di carri e fu il primo a sapere impiegare in battaglia l’artiglieria con piena efficacia. Dinanzi a lui ed alla sua gente si propagava il terrore, e spesso bastò il suo avvicinarsi per mettere in fuga gli avversari senza neppur combattere. Due sanguinose sconfitte subite da Sigismondo a Nebowid ed a Deutschbrod (1422) contrassegnano già i primi anni della lotta; e la stessa morte di Zisca (ottobre 1424), come pure le serie di scissioni scoppiate fra calixtini e taboriti e l’intervento dei principi tedeschi a favore di Sigismondo, non scossero durevolmente la posizione degli Ussiti; riconciliatisi nuovamente fra loro, essi, condotti dal sacerdote Procopio « il Grande », che era succeduto a Zisca ed era uomo della sua stessa tempera, inflissero ad un esercito tedesco superiore di numero un disastro completo presso Aussig (1426).

L’Austria, la Slesia, il Brandeburgo, la Misnia, la Franconia, l’Alto Palatinato furono negli anni successivi messi a ferro ed a fuoco senza misericordia; in Moravia poi ed in parte anche nella Slesia gli Ussiti si disposero a stabilirsi definitivamente in paese. Invano la curia predicò la crociata contro di loro; due eserciti crociati nel 1427 rimasero disfatti dagli Ussiti a Wies ed a Tacha; una terza spedizione anche più forte fatta nel 1431 finì altrettanto pietosamente sotto la città di Taus. Dopo questi insuccessi in Occidente si fece strada la convinzione che contro gli Ussiti non era possibile spuntarla con la violenza. Si risolse quindi di tentare la via dei negoziati e di affidare questa compito al nuovo concilio ecumenico che appunto si stava adunando. Ad onta della deliberazione del concilio di Costanza circa la convocazione periodica di sinodi, papa Martino era riuscito a troncare sul nascere il concilio radunatosi a Siena nel 1423 non appena questo aveva mostrato di assumere un atteggiamento di opposizione alla curia. Tuttavia l’idea conciliare si mantenne viva in maniera che il papa dovette alla fine cedere e nel 1430 incaricò il cardinale Giulio Cesarini, caldo fautore delle riforme ecclesiastiche, di predisporre tutto il necessario per la convocazione di un nuovo concilio a Basilea. Morto poco dopo Martino V (20 febbraio 1431), il suo successore, il veneziano Gabriele Condulmieri, che assunse il nome di Eugenio IV, venne eletto solamente dietro promessa formale che avrebbe convocato il concilio. Esso infatti fu aperto il 23 luglio 1431 a Basilea, e procedette alacremente nei suoi lavori. Questo concilio fu caratterizzato dalla presenza di un considerevole numero di audaci intelletti e di un numero anche più rilevante di talenti oratori; l’eloquenza di alcuni di essi rivelò già i primi frutti del nuovo indirizzo umanistico dell’epoca. Lo zelo riformatore del concilio riempì di tanto spavento la curia che Eugenio IV alla fine dell’anno dichiarò arbitrariamente sciolta l’assemblea, pur riconvocandola per il 1433 a Bologna. Ma il sinodo, riconfermando un decreto del concilio di Costanza, dichiarò a sua volta che, essendo esso un concilio ecumenico, ogni cristiano – e quindi anche il papa – gli doveva obbedienza e che non poteva essere sciolto da nessuno senza il proprio consenso. Coerentemente a ciò il concilio, non solo rimase adunato, ma iniziò un processo contro Eugenio che allora dopo essere stato scacciato dai domini della chiesa viveva esule impotente a Firenze. Re Sigismondo riuscì poi a indurre una specie di riconciliazione tra papa e concilio, ma, come è del resto comprensibile, non tornò più una vera e propria buona armonia tra i due poteri. Tuttavia il concilio, riconosciuto ed appoggiato da tutte le potenze, ad eccezione della sola Borgogna, ne uscì immensamente aumentato di prestigio; la questione fosse senza via d’uscita; ma finalmente si trovò una formula che rese possibile il ritorno dei Boemi in seno alla chiesa.

Sono i cosiddetti compaactata di Basilea che la dieta boema approvò il 30 novembre 1433. In complesso essi recavano concessioni molto modeste (specialmente in rapporto alle vittorie riportate dagli Ussiti) e che al più potevano in certo modo corrispondere al programma degli utraquisti. E difatti i taboriti non vi si vollero adattare; scoppiò la guerra civile tra i due partiti, nella quale i taboriti incontrarono una sanguinosa disfatta il 30 maggio 1434 a Lipau a sud di Praga. Questa sconfitta segnò la fine del predominio del radicalismo in Boemia, sebbene le difficoltà e complicazioni si siano ancora protratte per molto tempo; ma alla fine il 5 luglio 1436 una nuova dieta tenuta ad Iglau pubblicò il compromesso, dopo di che Sigismondo venne riconosciuto re di Boemia. Era così fallita definitivamente la speranza di Hus e dei suoi seguaci di dare dalla Boemia l’impulso alla riforma generale della chiesa occidentale; ma tuttavia i Boemi avevano per la prima volta nella storia dei medio-evo dato l’esempio di un intero popolo che si ribellava alla chiesa romana per difendere e raggiungere almeno in parte la libertà delle proprie convinzioni religiose. Il concilio di Basilea rimase radunato anche dopo l’accordo con i Boemi e, aumentato di autorità per il successo ottenuto, prese un atteggiamento sempre più provocante contro la Santa Sede. Le deliberazioni della sua maggioranza, che non solo estirparono dei veri abusi della curia, ma ne rovinarono completamente le finanze sottraendole quasi tutti i mezzi di sussistenza, sembrarono ispirate piuttosto dall’odio e dalla gelosia verso Roma che da un vero zelo riformatore. Tale tendenza ebbe per conseguenza che in seno allo stesso concilio si formò un partito favorevole al papa, composto degli elementi più moderati, partito che a poco a poco andò ingrossando. Anche i governi degli Stati si sentirono urtati da più d’una deliberazione del concilio, e la Francia, i cui dotti ed ecclesiastici avevano sinora combattuto a favore delle riforme della chiesa, divenne, dopo essersi liberata dagli inglesi, assai più tiepida per il concilio. Il terreno che così andava perdendo il concilio tornava a vantaggio del papato. E quest’ultimo seppe soprattutto trarre profitto dall’occasione che i Greci, stretti allora dai Turchi, chiesero di aggregarsi alla chiesa romana. Eugenio infatti dichiarò nuovamente sciolto il concilio perché Basilea era una sede troppo incomoda per i negoziati con i greci, e ne indisse un altro a Ferrara, che si radunò realmente nel 1438 e, trasferito poi a Firenze, realizzò nel 1439 l’unione con i greci; teorica perché in decreto del papa; esso rimase, almeno nella sua maggioranza, radunato, si rifiutò di riconoscere la legalità del sinodo di Firenze e riaprì il processo contro Eugenio IV, che venne deposto come eretico il 25 Giugno 1439, dopo che l’assemblea aveva elevato a dogma il principio che il concilio era superiore al papa, il quale quindi non poteva né trasferirlo altrove né scioglierlo. In sostituzione di Eugenio fu eletto papa da 32 elettori scelti in seno al concilio il duca Amedeo di Savoia (5 novembre 1439), e prese il nome di Felice V (antipapa). Di fronte al nuovo scisma le sorti della curia erano in conclusione nelle mani delle potenze, specialmente della Francia e della Germania. Ambedue gli Stati tennero una via di mezzo tra il concilio e la curia, nel senso, che riconobbero papa Eugenio, ma nel tempo stesso ritennero valide le deliberazioni del concilio, specialmente quelle che potevano tornar loro vantaggiose. Sopra tutto la Francia sfruttò il conflitto nel proprio interesse: in un’assemblea di dignitari laici ed ecclesiastici adunatasi a Bourges fu emanata la così detta prammatica sanzione del 7 giugno 1438 la quale, appoggiandosi in gran parte alle decisioni del concilio, aumentò l’indipendenza della chiesa francese di fronte al papato ed attribuì al re una larga ingerenza nella nomina agli uffici ecclesiastici; al papa fu concesso un indennizzo stabilito in una somma fissa in compenso delle perdite che gli arrecava la riduzione delle provvisioni, ecc. d’ora innanzi la chiesa francese conservò una posizione assai più autonoma rispetto alla curia. Non altrettanto bene seppe fare i suoi interessi la Germania. Qui a dire il vero non solo i principi elettori si dichiararono nel 1438 neutrali nel conflitto tra il concilio ed il papa, ma una dieta adunatasi nel 1439 a Magonza accolse nella parte sostanziale i decreti di riforma del concilio, ed a tale deliberazione aderì anche il successore di Sigismondo, re Alberto II; ma Alberto morì poco dopo ed il duca Federico d’Austria, che ottenne la corona, si lasciò guadagnare da papa Eugenio e concluse con lui un compromesso che garantiva al re la corona imperiale, una forte somma di denaro e notevoli diritti in compenso dei vescovadi e monasteri dell’Austria (1446). Ciò nonostante il regno perdurò nella sua neutralità, ed allorché Eugenio osò deporre gli arcivescovi di Magonza e di Colonia, non solo questi due principi elettori non cedettero, ma tutti gli elettori strinsero una lega per salvaguardare i propri diritti contro Roma. Però questa solidarietà non durò molto, ed essendosi Eugenio mostrato pronto a revocare il decreto di deposizione dei due arcivescovi, i principi elettori e con loro gran parte degli altri principi tedeschi si lasciarono indurre a rompere la neutralità ed a proclamare la propria obbedienza al pontefice romano (febbraio 1447).

sotto il pretesto di indennizzare il papa si finì in sostanza per ripristinare in pratica lo stato di cose antecedente in materia di conferimento di benefici da parte della curia insieme con tutti i vecchi abusi tanto lamentati. Alcuni principi seppero mediante concordati speciali assicurarsi alcuni ulteriori vantaggi, ma in complesso la nazione tedesca si vide defraudata dei frutti di tutto il movimento conciliare antecedente. Questo movimento poi ora venne al suo termine. Il concilio di Basilea, nel quale dopo l’elezione di Felice V aveva sempre più prevalso in maniera esclusiva l’indirizzo più radicale, andò a mano a mano perdendo tutti i suoi aderenti. Nel 1448 re Federico fece perfino espellere l’assemblea da Basilea; che si trasferì a Losanna, ma alla fine nel 1449, dopo avere accolto la rinunzia alla tiara da parte del sabaudo Felice V ed avere approvata l’elezione di papa Niccolò V, il Concilio si sciolse.

Di veri e propri concili non si parlò più – per oltre 100 anni – fino al fatidico “Concilio di Trento” del 1545. Quando con maggiore virulenza un monaco scolaro di Wiclef pubblicò le sue “tesi” considerato il punto di partenza della Riforma. Ovvero nascita delle chiese protestanti.

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